INDICE ANTISTORIE
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L'Ultima Cena di Duccio di Boninsegna, 1310 ca, Museo Opera del Duomo, Siena
A dire queste cose, mettendole per iscritto, non sono io ma un vescovo di San Marco. Nella sua relazione
sulla diocesi parla dei baroni e della mancanza di devozione popolare senza peli sulla lingua, tanto che viene il
sospetto che la sua visione possa essere in qualche modo prevenuta oppure che la sua azione pastorale
possa essere stata all'origine della inaudita crudeltà dei Baroni della sua diocesi.
Il teologo Salvatore Cristofaro nella Cronistoria di San Marco Argentano riporta la testimonianza di un prete di Maierà che descrisse il vescovo con mustacchi, spada e Crocifisso. Il Cristofaro attribuisce questo suo aspetto alla possibilità che fosse un ex militare o che fosse stato mal informato sulla sicurezza dei vescovi nella diocesi sammarchese. Come si chiamava questo vescovo? Teodoro Fantoni, nato a Milano, canonico regolare dell'abbazia lateranense, fu nominato vescovo della diocesi di San Marco nel 1652, incarico che svolse fino alla sua morte avvenuta nel 1684. A detta del vescovo, il dominio era nelle mani di diciassette individui, tra baroni e titolati, i quali tiranneggiavano il territorio in modo empio, disumano e selvaggio al punto che i ventiquattro centri abitati della diocesi, sempre stando alle parole del vescovo, erano stati quasi tutti abbandonati dai loro abitanti. Le case deserte minacciavano di crollare da un momento all'altro. Ai pochi sudditi venivano tolti beni, onore e la stessa vita. Il rapporto con la Chiesa era di aperta contrapposizione e ostilità, tanto che i baroni erano definiti autentici nemici. Giorno e notte studiavano come aggirare le norme ecclesiastiche per godere di libertà e immunità, sottraendosi sprezzantemente ad ogni condanna e contravvenendo particolarmente alle bolle papali sul Giovedì Santo. Le condanne giudiziarie di tali eccessi non servivano a nulla, in quanto i colpevoli ordinavano che gli incaricati venissero fatti fuori. La paura di essere uccisi rendeva inutile ogni censura, dato che i destinatari degli avvisi potevano tranquillamente negare di aver ricevuto una contestazione. Tale comportamento arrecava grave danno alla credibilità della Chiesa e del clero agli occhi del popolo, per cui la maggior parte di esso era miscredente, non rispettava né i Sacramenti, né ottemperava al versamento della decima e degli altri oneri. Solo se costretta adempiva a tali obblighi, per non parlare di omicidi, rapine, profanazioni e sacrilegi. Questo è il quadro drammatico della società del tempo. Da esso comprendiamo le severe disposizioni contenute nel Sinodo che lo stesso vescovo celebrerà nel decennio successivo e che spero di poter trattare tra breve in questa rubrica. Paolo Chiaselotti S. Marco Argentano, 20.11.2025 Note
In un passo precedente a quelli citati il vescovo lamenta la difficoltà a sostituire il defunto cappellano del Capitolo incaricato della cura spirituale dei mille e cinquecento abitanti di San Marco. Non essendoci in loco persona idonea a tale compito, era difficile trovarne in altri centri abitati della diocesi, sia per l'esiguità delle somme a disposizione, ma soprattutto perchè i baroni incarceravano i genitori che avviavano i propri figli alla via ecclesiastica, impedendo in tal modo la nascita di ordini minori e sacri. L'immagine di apertura raffigura la Coena Domini a cui fa riferimento la Relazione per l'inosservanza delle norme sul Giovedì Santo (feria quinta in Coena Domini). Contenuto estratto dal testo latino della "Relazione ad Limina" compilata dal Vescovo Teodoro Fantoni il 10 marzo 1656, inserito nell'appendice documentaria del volume di Tonino Caruso, "Il Sinodo di Teodoro Fantoni Vescovo di San Marco (12-14 aprile 1665)" pag. 157, Gangemi Editore, 2006 |
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