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L'ANTISTORIA


PRIMA DEL GUISCARDO.

Si parla quasi sempre e soltanto dell'arrivo e delle gesta di Roberto il Guiscardo a San Marco, ma prima di lui cosa c'era? Intanto diciamo che, non esistendo testimonianze antecedenti, solo grazie al suo insediamento possiamo desumere alcuni dati della storia pregressa.
La prima informazione ci viene fornita dall'ormai arcinoto Goffredo Malaterra, il monaco benedettino vissuto all'epoca del Guiscardo. Egli, a proposito del condottiero normanno, afferma: "castrum, quod Sancti Marci dicitur, firmavit", frase che ha fatto accapigliare i sostenitori di una fondazione ex-novo di San Marco e i sostenitori della fortificazione di una San Marco preesitente.
Subito dopo quel firmavit, Roberto, dovendo rifornire il castrum del cibo necessario, non gli riuscì di trovare un bel niente, in quanto le popolazioni dei dintorni, nel fuggi fuggi generale, avevano portato con sè ogni genere di vettovaglie.
Fu il dapifer, paragonabile ad un furiere odierno, ad accorgersi che la dispensa era vuota e che non c'era neppure la possibilità di ... accedere ai negozi sotto casa, visto che pure le casse erano vuote!
La mia interpretazione tiene conto di una sottile ironia che il monaco benedettino fa trasparire dalla sua narrazione: "neque victum, sed neque victi pretium ad emendum habere; et si pretium haberet, nusquam, ubi cum pace adiri posset, invenire posse" sono le esatte parole che il Malaterra mette in bocca al siniscalco del Guiscardo.
Mi verrebbe da aggiungere: ben ti sta!, ma il solo fatto che Roberto abbia fondato San Marco, sia divenuto in seguito duca di Puglia e Calabria, conquistando i cuori dei sammarchesi, mi fa prudente e allora mi chiedo, accodandomi ai suoi Calabri adulatori: ma chi erano e dove stavano quei vigliacchi che lo lasciarono digiuno?!

Qui il discorso si fa serio, perché il cronista delle gesta di Roberto ci fa capire che là, dove il condottiero normanno firmavit castrum, non c'era nessuno (e se non ci credete posso chiamare a testimonianza altri cronisti del periodo!), ma, sparsi sul territorio circostante, vi erano abitanti i quali, vista la malaparata, si erano rifugiati nei castra più vicini portandosi dietro ogni avere per non farsi derubare: "abstraxerant enim circummanentes ad proxima castra quaeque habebant, ne ab ipsis diriperentur".

Chi erano? Senz'altro nemici del Guiscardo, visto che in un paragrafo precedente Malaterra afferma che il normanno quasi in hostem iens, in viciniorem se conferens. Non si trattava, dunque, di poveri diavoli che lavoravano la terra, ma di uomini che avevano portato tutte le provviste all'interno di fortificazioni già predisposte per affrontare incursioni di ogni genere.
Malaterra li definisce genericamente Calabri. Dove fossero acquartierati all'arrivo del Guiscardo non saprei dirlo, ma desumo dalle parole del cronista che occupassero aree distribuite in zone diverse del territorio, dove svolgevano attività in forma abbastanza autonoma, salvo poi trasferirsi in luoghi fortificati in caso di pericolo.
Dal racconto possiamo farci un'idea della quantità di cibo di cui abbisognavano quotidianamente i normanni e i mercenari Sclavi al seguito del Guiscardo (occhio e croce più di cento bocche da sfamare) e di conseguenza delle provviste alimentari, inclusi animali allevati, che la natura e la presenza umana dei luoghi potevano offrire.
Il Malaterra non parla di sottomissione della popolazione esistente, dopo la partenza da Scribla, ma di un primo importante saccheggio e successivamente di razzie e rapimenti a scopo di riscatto.

Alcune delle popolazioni distribuite sul territorio erano preparate a difendersi con uomini armati, non sappiamo quanto addestrati, ma in ogni caso capaci di attaccare il nemico. Nell'episodio che esamineremo non si parla di una città o di un castrum, ma di un abitato, posto al di là di altissime montagne, ubicato in una profonda gola, raggiungibile solo attraverso una strada ripidissima. L'incursione del Guiscardo contro l'abitato, al fine di assicurarsi le necessarie provviste, con l'ausilio di sessanta Sclavi e alcuni armati, si risolve nel corso di una notte, per cui, come ha fatto opportunamente rilevare il prof. Onorato Tocci, autore di vari testi sul periodo normanno e prenormanno, tale consorzio umano non doveva essere eccessivamente distante da San Marco.
La descrizione dei luoghi fatta da Goffredo Malaterra ("ultra altissimos montes, via praeruptissima, in profundis vallibus"), al di là della rispondenza al reale contesto orografico, evidenzia comunque l'esistenza di un insediamento non fortificato ma unicamente protetto da difese naturali.
A conoscerne l'esistenza sono gli Sclavi al seguito del Guiscardo (totius Calabriae gnaros), i quali, però, consapevoli dei rischi legati al percorso e della capacità reattiva degli abitanti, debbono essere incoraggiati a più riprese dal Guiscardo.
Il Malaterra testimonia, dunque, la presenza vicino a San Marco di abitatori non arroccati su alture, né protetti da fortificazioni occasionali, bensì nascosti alla vista in un fondo valle e, tuttavia, non isolati dagli altri, visto che condividevano identità e costumi con una popolazione a cui appartenevano.
Chi lo dice? Sempre lui, Goffredo Malaterra, attraverso le parole di Roberto: "Ebrietas Calabros minus vigiles esse permittit: nam et hunc diem celebrem habentes, ex more conviviis et potationibus studuerunt."
Chi erano costoro che si erano andati a scegliere un luogo inaccessibile in un fondo valle? Erano Calabri, festeggiavano una ricorrenza comune ad altri Calabri, durante la quale usavano mangiare e bere fino ad ubriacarsi. Infatti è grazie a questa conoscenza che il Guiscardo esorta i suoi uomini all'impresa, dimostrando di conoscere la festività e le usanze della zona.
Già da queste testimonianze si evince che Roberto il Guiscardo non si era spostato da Scribla in una tranquilla e pacifica area, bensì in un territorio popolato, i cui abitanti erano nemici, agguerriti e pronti a difendersi.
Se fossero stati abitatori della rocca di San Marco avrebbero messo in atto tutti i sistemi di difesa per impedire che Roberto il Guiscardo la conquistasse, mentre il Malaterra dice che si rinchiusero con tutto ciò che avevano, e in principal modo le scorte alimentari, entro i loro castra.
A darci un'idea di quanto potessero essere combattivi lo dimostra il seguito della vicenda dell'incursione di Roberto con i suoi Sclavi.
Dopo esser giunti sul posto e aver razziato indisturbati quanto più potevano, fanno rapidamente rientro a San Marco, ma i valligiani, prima che faccia giorno, si accorgono della sottrazione dei loro beni.
A questo punto la vicenda è illuminante: i Calabri in questione, ultramontani, valligiani, e per l'occasione ubriachi, si mettono all'inseguimento dei rapinatori con duecento soldati!
Tralascio il seguito, che ho già antistoricamente trattato in altra pagina, e mi soffermo su quest'ultima notizia del Malaterra. Pur ammettendo un'eccessiva attribuzione di forze al nemico per fini agiografici, dobbiamo ritenere veritieri l'inseguimento armato, la scaramuccia tra le parti, la supremazia del condottiero normanno con l'uccisione di vari nemici, la fuga di molti di loro e la cattura di alcuni come ostaggi da riscattare.

Finora, concludendo, abbiamo assodato che sull'altura non vi era popolazione, che essa era distribuita tra le zone circostanti, che un consistente nucleo abitativo, prossimo a San Marco, si trovava in una zona circondata da monti, quindi sul versante occidentale o meridionale, che tutti gli abitanti erano Calabri e ostili al Guiscardo.

In una prossima puntata mi soffermerò su altre testimonianze riguardanti gli antichi abitatori delle nostre contrade.


San Marco Argentano, 31/12/2022

Paolo Chiaselotti

Nell'immagine in alto un particolare dell'Arazzo di Bayeux (ci sono cascato!! è una creazione del Chateau-Fort de Pirou) con la dicitura La Calabria si sottomette al Guiscardo

Vedi anche la pagina dell'antistoria Roberto e i sessanta predoni

NOTA: Identificare il villaggio assediato con uno degli attuali Comuni è, a mio giudizio, fuorviante, in quanto è molto improbabile che gli abitatori del territorio calabrese, esclusi i centri maggiori, avessero conservato stabilmente originari insediamenti. Il caso del villaggio citatopuò essere un esempio di tale precarietà proprio per la sua ubicazione, che difficilmente presume un'antica formazione e altrettanto difficilmente una continuità nei periodi successivi contrassegnati da una maggiore stabilità politica.

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