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L'ANTISTORIA



ROBERTO IL GUISCARDO: LA NOTTE DELLA TARANTA


tarantolato L'episodio dell'antistoria che mi appresto a narrarvi sono certo che vi farà esclamare: "Questa volta l'hai sparata davvero grossa!"
E il bello è che avete colto nel segno, nel senso che mai espressione fu più appropriata, ma prima di addentrarmi nell'argomento voglio raccomandare ai miei concittadini di tener conto anche di questa storia per un'eventuale manifestazione culturale da inserire nel tradizionale agosto sammarchese. Si tratta, come vedrete, di un riferimento assolutamente orginale e credo di non esagerare affermando che con un pizzico di fantasia la rivisitazione storica potrebbe coinvolgere il pubblico con tutti i sensi!

Che cosa avvenne ce lo racconta uno dei più compunti cronisti delle Gesta del nostro duca, il monaco benedettino Goffredo Malaterra, al capitolo XXXVI del libro secondo della sua opera.
Roberto decide di raggiungere il fratello Ruggero in Sicilia per dargli una mano nella conquista dell'isola, a quanto pare più difficile del previsto.
Ruggero, felice come una Pasqua di un soccorso insperato, gli va incontro e da Cosenza ripartono per l'isola con un esercito di cinquecento uomini. Siamo nell'anno 1064 quando i fratelli attraversano con il loro seguito lo stretto e si dirigono, senza incontrare resistenza, a Palermo.
Ecco, qui avviene il fatto che il nostro stimato monaco benedettino ci racconta con dovizia di particolari.
Dinanzi a loro c'è un monte. Roberto dà l'ordine di piantarvi le tende. Ripeto: Roberto e non Ruggero. La mia sottolineatura è la trasposizione in italiano di analoga puntualizzazione che il cronista fa nella sua lingua: iubente duce, aggiungendo a questa una seconda affermazione che anticipa il guaio in cui si stava cacciando il nostro duca.
Voglio seguire passo passo ciò che egli fece appena sceso da cavallo. Non c' scritto da nessuna parte, ma sono certo che messo piede a terra si pentì immediatamente di aver fatto quella scelta, cioè di accamparsi su quella maledetta altura. Perché?
Egli non sapeva come si chiamasse quel monte, anche perché, a quanto pare, e a quanto ci dice Goffredo Malaterra, il nome gli fu messo in seguito: Tarantino. Anche se l'avesse saputo, tuttavia, mai e poi mai avrebbe collegato quel nome alla scelta sbagliata che aveva compiuto.
Il biografo che, diciamolo chiaro e tondo, aveva un debole più per Ruggero che per Roberto, dice che quest'ultimo ebbe a pentirsi del suo ordine, quasi ad addossare la colpa di tutto a lui, al nostro amato Guiscardo.
Perchè vi chiederete appena messo piede a terra si accorse di aver scelto il posto sbagliato? Immaginate di esservi recati con la vostra famigliola a fare un picnic in montagna e che dopo aver sistemato per bene ogni cosa, mentre vi accingete a dividere in parti uguali la frittatina di asparagi, vi accorgete della formichina e della lunga fila che la segue in attesa della propria porzione!
Roberto non vide formiche, ma una specie di ragno che cercava di evitare di essere calpestato. Poca cosa, avrà pensato l'impavido condottiero, sottovalutando l'indole perversa di quell'animaletto peloso.
Come volete che io continui la mia antistoria, visto che nessuno, neppure il cronista, sa che cosa realmente accadde dopo?
Vi chiedo di darmi fiducia e di credere a quanto vi dico, anche se vi sembrerà impossibile che cinquecento cavalieri, in assetto di guerra, pronti a conquistare Palermo e la Sicilia, siano stati protagonisti di questa storia.
Una volta tolta l'armatura e adagiatisi nel giaciglio occasionale ricavato sotto le tende, senz'altro non si saranno accorti di cosa avveniva intorno a loro, sia per il buio e sia soprattutto per la stanchezza. Qui, io inserirei, un suono, seguito da un altro e da altri ancora, in numero e in intensità crescente, tali da squarciare il silenzio della notte. Vorrei dire che ci troviamo di fronte a quello che potrebbe essere definito uno dei primi inquinamenti da gas metano della storia. Sto parlando del meteorismo umano e in particolare di quello prodotto da cinquecentodue normanni crepitanti in terra sicula.

Lo so, lo so che ci sto andando giù pesante, ma io ho solo interpretato le informazioni che il monaco benedettino ci fornisce nel prosieguo del suo racconto. Sono convinto, però, che non crediate affatto che il religioso abbia mai scritto simili cose, e a questo vostro dubbio rispondo subito che in effetti egli nega che alcuno dei soldati abbia mai fatto un solo peto (tali inhonestate nonnulli nostrorum vexati), ma non spiega perché furono costretti a cambiar luogo (tandem locum mutare coguntur).

Scusatemi! mi sono completamente dimenticato di dirvi che cosa c'entri quel ragno peloso e i peti irrefrenabili di cui ho parlato. Ve lo faccio dire dal monaco che, di questo sono certo, quando scriveva queste cose sul Guiscardo si sbellicava dalle risate. Immaginate se lo avesse visto sfilare impettito e sussiegoso in testa ad un corteo in una delle nostre ricostruzioni storiche!

Nam mons totus insitus tarantis, viris et mulieribus inhonestum, quamvis iis qui evaserint, ridiculosum hospitium praebuit. Taranta quidem vermis est, araneae speciem habens, sed aculeum veneni ferae punctionis omnesque, quos punxerit, multa et venefica ventositate replet: in tantumque angustiantur, ut ipsam ventositatem, quae per anum inhoneste crepitando emergit, nulla modo restinguere praevaleant et, nisi clibanica vel alia quaevis ferventior aestuatio citius adhibita fuerit, vitae periculum incurrere dicuntur.

Se non capite il latino mi dispiace, ma i vostri dubbi continui sulla veridicità delle mie antistorie, mi hanno reso poco propenso a darvi ulteriori spiegazioni. Che vi morda una taranta!1

Per quanto riguarda un'eventuale trasposizione dell'accaduto in una ricostruzione storica, si potrebbe utilizzare la clibanica o pentola che dir si voglia per cuocervi i fagioli necessari alla ventosità richiesta e, una volta vuota, ma ancora calda, per curare gli effetti del morso venefico.

Ad una prossima puntata.

San Marco Argentano, 16 marzo 2019

Paolo Chiaselotti

1Infatti un monte infestato da tarante, offre a quanti vi saranno saliti un piacevole ricovero, [ma] umanamente orribile. La taranta è un verme dall'aspetto del ragno, ma l'aculeo velenoso della puntura della bestia riempie tutti coloro che ne sono punti di meteorismo abbondante e tossico: ne sono talmente tormentati, da non poter in alcun modo impedire che l'aria fuoriesca dal culo con vergognosa scorreggia e, a quanto si dice, rischiano seriamente la vita se non viene applicata al più presto una casseruola o un'altra maggiore sorgente di calore.

Come non restare stupiti da questa anticipazione del male che, in forme diverse, sarebbe la causa della frenesia dei cosiddetti tarantolati. Il Malaterra afferma che il monte era chiamato Tarantino. Appare strano che esso si trovasse in Sicilia, piuttosto che nella Puglia dove già esisteva la città di Taranto, ma poichè la sua opera si basa su racconti orali non è difficile che egli abbia confuso i luoghi.


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