INDICE ANTISTORIE
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da Prato Marco a Opoli.
Una veduta del rione Santa Maria da Santopoli
Partendo dal presupposto che ogni testimonianza documentale di un evento storico possa essere erroneamente
interpretata e, nel mio caso, non avendo quasi mai certezze, ma solo dubbi, da un po' di tempo mi sto chiedendo
se, oltre alle varie possibilità prese in esame sull'arrivo del Guiscardo a San Marco, ne potesse
esistere qualche altra.
Ad esempio, è possibile che il primo accampamento di Roberto d'Altavilla non sia avvenuto sulla roccaforte che ne prese il nome, ma nella contrada Prato, e che l'obiettivo della prima impresa del Guiscardo per procacciarsi i viveri di cui aveva bisogno fosse un villaggio oltre quella roccaforte? Perché, dopo aver presentato altri scenari, ora ne avanzo uno completamente diverso? È accaduto che da poco ho 'scoperto' una presenza slava a San Marco desunta principalmente dalla testimonianza di Goffredo Malaterra sui sessanta sclavi al seguito del Guiscardo. Dopo il racconto di una spedizione notturna alla ricerca di viveri non abbiamo più notizie di quale 'fine' abbiano fatto questi uomini del Guiscardo. Da due documenti di epoca successiva e da un toponimo ho dedotto che quegli sclavi si fermarono stabilmente a San Marco. La chiesa di Santa Maria e il vallone sottostante il rione di San Lauro, attraversato dal fiume Malosa, erano definiti degli Illiri, con riferimento all'etnia slava di quegli uomini. La località detta la Vardara, sottostante la chiesa di Santa Maria, trae origine dal nome del fiume Vardar. Inoltre nel rione di Capo delle Rose, a confine con quello di Santa Maria, fu costruita una porta chiamata delli Tribulisi, indicante il limite territoriale di detta tribù slava. Il quartiere al di qua di detta porta conservò fino a qualche secolo fa il nome Critè, derivato dal Krites, un titolo di origine bizantina con cui era chiamato un giudice, con funzioni amministrative su detti slavi. La sua presenza, unitamente al nome del fiume Vardar, fanno ritenere che gli slavi fossero di origine macedone e in particolare che appartenessero alla tribù dei Dragoviti (vedi la pagina di approfondimento su Drugubiti-Dragoviti). Ebbene, proprio dalla testimonianza di Goffredo Malaterra sulla presenza di costoro a San Marco e sulla loro conoscenza di un luogo da raggiungere oltre i monti, attraversando precipizi e valloni, ho pensato alla possibilità che Roberto il Guiscardo potesse essersi accampato, in un primo tempo, non sull'altura di San Marco, ma nell'attuale contrada Prato. Come risulta dal documento di donazione del 1065 all'abbazia della Matina, contenuto nelle Carte Latine di Alessandro Pratesi, si trattava di un vicus. Dalla narrazione del Malaterra apprendiamo che gli abitanti, all'arrivo del Guiscardo e dei suoi uomini, fuggirono portando con sé tutte le scorte di viveri. In base al racconto del Malaterra è consequenziale supporre che i nuovi arrivati si fossero accampati proprio in quel villaggio abbandonato dai suoi abitanti. Perché? Se gli sclavi, una volta accampati, affermarono di conoscere un luogo abitato, posto oltre i monti e raggiungibile solo a rischio della vita, attraverso un percorso tra strapiombi e alte vallate, dobbiamo concludere che si riferivano ad un luogo oltre la roccaforte di San Marco. Poiché l'incursione fu portata a termine, a piedi, nell'arco di una notte il villaggio da raggiungere non doveva essere troppo distante. Se, viceversa, riteniamo che il Guiscardo e i suoi fossero accampati sull'altura di San Marco, i monti e i dirupi a cui gli sclavi fanno cenno non potevano essere quelli circostanti San Marco, bensì molto più lontani e non raggiungibili a piedi nell'arco di una nottata. Se questo ragionamento è fondato, quale potrebbe essere il luogo con queste caratteristiche orografiche, raggiungibile, con i predetti rischi di percorso, da Prato? Il superamento dell'altura di San Marco e un successivo percorso accidentato ci portano, considerando i tempi di percorrenza a piedi e la morfologia del territorio, sul versante occidentale, all'incirca nel territorio di Santa Venere-Acquafredda-Santopoli. La possibilità che il luogo 'preso di mira' dagli uomini del Guiscardo potesse essere Santopoli mi ha indotto a compiere ulteriori ricerche su questo toponimo che, in un documento del 1590 (Relazione ad Limina del Vescovo Migliori), rientra tra i dieci casali della diocesi di San Marco1 con il nome latino Opulum, privo di quel prefisso Santo con cui lo conosciamo. La ricerca dell'origine di tale nome è stato il passo successivo. Da un primo indizio contenuto nel nome Opole di una città polacca, approfondendo la ricerca attraverso pagine in lingue slave di Wikipedia, ho scoperto che le voci slave Opole-Opoli traggono origine da forme di aggregazione socio-abitativa tipiche delle tribù slave. L'etimologia di "Opole" e "Opoli" in contesto slavo deriva probabilmente da "opol", che significa "terreno aperto" o "campo", e "opolie", che si riferisce a un territorio o una regione agricola. I nomi di luogo slavi come Opole sono spesso legati a caratteristiche geografiche, come ampie aree pianeggianti.In precedenza, non avendo avuto motivo di approfondire tale ricerca, avevo ritenuto che il nome derivasse da Sant'Euplo, un santo venerato, se non erro, a Catania. Com'è risaputo, la cancellazione di una memoria può avvenire in vari modi, uno di essi è la santificazione dei nomi di luoghi, come nel nostro caso2. A questo punto è naturale che, se il villaggio di cui parla Malaterra fosse Santopoli, si aprirebbe un ulteriore argomento di approfondimento sullo sviluppo di San Marco, visto che Opoli è una voce slava. La prima domanda che nascerebbe è la seguente: il nome è antecedente o posteriore all'episodio narrato da Goffredo Malaterra? Bisogna tener conto che il termine slavo 'Opoli' poteva esistere sia che si trattasse di un territorio sottoposto a dominazione bizantina, sia longobarda, essendo presenti gli sclavi prima dell'arrivo dei Normanni. Quali siano stati i rapporti sociali tra popolazioni, tribù o comunità limitrofe sono argomenti non sufficientemente indagati. Purtroppo la superficialità di un approccio storiografico su fatti ritenuti dagli studiosi di esclusivo interesse localistico e, pertanto, derubricati a livello di semplici curiosità, non ci aiuta a fare chiarezza su alcune presenze etniche e sul loro apporto storico. N.B. La possibilità che i luoghi nella narrazione del Malaterra siano realmente quelli sopradetti, ovvero Prato e Santopoli, non cambia affatto il seguito e la sostanza della storia di San Marco. I normanni presero possesso dell'intero territorio, con un presidio attestato dai toponimi Motta e Vaglio e dai vari documenti facenti parte delle Carte Latine. Agli slavi furono assegnate aree boschive e fluviali fuori dal castrum. Paolo Chiaselotti S. Marco Argentano, 18.11.2025
1 La "Relazione ad Limina" così riporta la composizione della diocesi di San Marco:
- 15 città (castra): Malvitum, Ruggianum, Sanctum Donatum, Policastrillum, Mattafellonem, Sanctam Agatam, Sanginetum, Bonvicinum, Maieranum, Grisoliam, Cirellam, Belvidere, Bonifatum, Fagnanum et Joggium - 10 casali (casalia): Circitum, Cirvicatum, Serram de Lio, Cavallarizzum, Mongrassanum, Sanctum Jacobum, Opulum, Sanctum Laurum, Pizzileum et Sanctum Sostum Tonino Caruso, "Il Sinodo di Teodoro Fantoni Vescovo di San Marco (12-14 aprile 1665)", appendice documentaria: Relazione ad Limina della diocesi di S. Marco 20 marzo 1590, del vescovo Antonio Migliori, pag. 149, Gangemi Editore, 2006 2 Anche la denominazione San Marco, a quanto pare, sarebbe frutto della santificazione di un originario toponimo Marcum (Prato Marco in Malaterra), tanto che, secoli dopo, Gabriele Barrio la cita nel modo seguente "et Marcum civitas sedes episcopalis Tempsae suffecta |
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