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I'SANTINO



I'Santino Non eravamo in molti a dargli l'ultimo saluto, il giorno di Pasqua, precisamente il pomeriggio del 27 marzo 2016. Sarà stato anche il vento freddo, nonostante la giornata soleggiata, ma non eravamo nemmeno pochi: le due file di banchi della navata centrale della cattedrale di San Nicola erano per tre quarti piene, e altre persone erano sui lati e in fondo, in piedi. Santino era coricato al centro della navata, adagiato in un elegante sarcofago, coperto con un cuscino ricco di fiori rossi. È morto di notte, nel suo letto, dopo essersi coricato. Semplicemente. Ha trattenuto per sempre il respiro.
In un'altra occasione, a quell'ora sarebbe stato seduto sulla panchina di piazza Umberto, con una sigaretta accesa nascosta nel palmo della mano, pronta per essere aspirata furtivamente. Esibire il superfluo era una mancanza di riguardo verso gli altri e verso se stesso: fumare era piacevole, ma il fumo era meglio tenerlo nascosto, tenerselo dentro il più possibile. Chissà, forse lo aspirava solamente perchè nei miei ricordi non c'è alcuna immagine di lui sbuffante fumo, ma solo quella della mano penzolante che di tanto in tanto, inosservato, portava alla bocca. Se il fumo uccide, come sta scritto sui pacchetti, beh, io ero complice del delitto, perché ogni tanto gli compravo un pacchetto rosso con la scritta bianca L&M. Se passavano molti giorni senza che mi ricordassi di quel piccolo presente, era lui stesso a ricordarmelo con un lieve gesto del capo, come a volermi indicare il vicino tabacchino.
In paradiso non si fuma e così lui adesso se ne stava immobile, con le mani bene in vista sul petto, in attesa degli eventi. Gli occhi chiusi, non più socchiusi, con quella sottile fetta di sorriso che in vita gli serviva per esprimere e non esprimere cị che provava: va bene, coś coś, che ci possiamo fare, forse, sto bene. Pensate che non sapesse o non potesse parlare? Tutt'altro. Aveva un modo tutto particolare per comunicare e per chiedere: le parole erano legate tra loro da una i, che gli era valsa anche il cambiamento del nome. Quelli che lo conoscevano bene, e che a modo loro gli volevano anche bene, lo chiamavano per questo motivo I'santì. Alcuni, quelli più giovani, lo ricordavano seduto al sole, oppure mentre trascinava una gamba che sembrava non appartenergli, gli altri, quelli più anziani, lo ricordavano per vari motivi, quasi tutti legati alla sua disponibilità: "I'Santì mu fa nu piaciru", e Santino glielo faceva, anzi sembrava quasi che fosse lì, dove era stato interpellato, non per un caso, ma per servizio.
Per tutta la vita Santino ha atteso che qualcuno gli chiedesse un'imbasciata: acquistare qualcosa, portare la spesa, andare a ritirare un pacco alla posta, un abito alla lavanderia. Non rispondeva si o no; andava e basta, e questo lo rendeva indispensabile e unico. Gli altri mettevano condizioni, frapponevano scuse, il più delle volte si dileguavano con la mancia pattuita senza portare a termine l'incarico.
Santino, più che servizievole, era affidabile. Guai però a sconfinare in richieste improponibili, di quelle che andavano contro i suoi principi e il suo orgoglio: se doveva esporsi all'ilarità degli altri, lo faceva solo in occasione di gare e giochi popolari, se qualcuno gli avesse chiesto il voto, rispondeva che sapeva lui per chi votare (a stiddruzza la chiamava lui). Un lavoro vero e proprio non lo svolse mai perché era considerato incapace di svolgere costantemente e ordinatamente tutte le operazioni che abitualmente vengono qualificate come lavoro subordinato, ma la verità era che per pregiudizi non era mai stato messo alla prova. Ma un lavoro vero e proprio lo svolse, e molto efficacemente, per molti anni della sua vita: "jitta' u bannu". Soffiava in un lucido corno di ottone ornato con un nastro rosso, due, tre volte e poi, immediatamente dopo, quasi in continuazione alla fuoriuscita del suono, gridava il bando che gli era stato affidato. Si trattasse di pesci, di ortaggi, o di avvisi pubblici, in quei momenti tutti si fermavano ad ascoltarlo. E i suoi messaggi erano poi riportati di bocca in bocca e di casa in casa: pigliamu dua pisci, oi manca 'l'aqqua, su'ghisciuti 'i fave, erano il risultato dei suoi annunci rochi e a volte compresi solo al secondo o al terzo passaggio.
Percorreva in lungo e largo il paese, in una mano a trummetta, nell'altra la carta con la mercanzia o l'avviso comunale, perché ognuno potesse prenderne visione.
Santino non era mai stato né bambino, né ragazzo, o almeno non ne ebbe mai il tempo, tranne forse quando trasformava il trasporto delle frasche e delle ginestra nella corsa con il carro. Ma la sua corsa era più una necessità che un gioco. Anche quando seguiva le gare del formaggio, la sua presenza e la sua curiosità erano motivate dalla necessità dei giocatori di disporre di qualcuno che riportasse la pezza finita sotto strada.
C'era fino a qualche decennio fa l'usanza di formulare gli auguri per matrimoni, nascite, lauree mandando a casa dei festeggiati un paio di colombi, che il più delle volte venivano reperiti proprio a casa delle persone a cui erano destinati. L'usanza con il tempo aveva assunto i contorni di una piccola commedia dell'arte: il latore degli auguri bussava alla porta dei destinatari e chiedeva se avessero colombi, quindi dopo averli pagati, richiusa la porta, attendeva alcuni secondi per poi bussare nuovamente consegnando gli stessi colombi e formulando gli auguri a nome del mittente. Bene, questa simpatica usanza era per Santino un modo per guadagnarsi qualche lira e l'immancabile confetto, riposto nella tasca assieme a monetine, residui di tabacco e ruocciuli vari.
Negli ultimi anni il suo impegno maggiore era rivolto nella vendita dei biglietti delle riffe in occasione di feste religiose: non aveva rivali. Vendeva più biglietti di chiunque altro e lo faceva con tanta insistenza, anche verso persone che occasionalmente transitavano per la nostra cittadina, che alla fine ognuno acquistava almeno un biglietto.
Aveva però alcune passioni che doveva tenere nascoste, come le pulsioni sessuali, mascherate come bisogni dietro alberi o arbusti, e la caccia ai nidi delle ciavole. Fu proprio quest'ultima a procurargli la grave menomazione che contraddistinse il suo modo di camminare: cadde dalla scala e si fratturò malamente la gamba. Quella fu, probabilmente, la peggiore giornata della sua vita: essere costretto a spiegare che cosa ci facesse su una scala appoggiata ad un vecchio campanile. Le ciavole sono le taccole, uccelli neri dal grido disperato, che sembra un saluto: cia, cia, cia. A Santino pareva che volessero parlare.
Il feretro si diresse verso la Riforma e dentro Santino che riposava in pace: il volto un po' gonfio e più scuro del solito era stato da tempo nascosto alla vista. Nel tragitto molti parlavamo di lui, di come lo ricordavamo. Finì tutto nel migliore dei modi: con la testimonianza di affetto di parenti e conoscenti e il rientro di ognuno alla propria casa. Il sole accompagnò il carro funebre nell'ultimo tratto di strada.
Mi ricordai che era la prima Pasqua in cui Santino non aveva bussato alla porta di casa mia per farmi gli auguri. Lo fece la mattina successiva, il lunedì di Pasquetta, si scusò per aver fatto tardi e mi indic̣ con la mano una zeppola ripiena colma di crema di pistacchio. Strano, in casa non avevamo né zeppole e né crema di pistacchi, e oltretutto era la prima volta che mi chiedeva un dolce, ma lui lo prese in mano e ne morse un pezzo.
È l'ultima immagine che conservo di lui.

San Marco Argentano, lunedì di Pasquetta 2016

Paolo Chiaselotti

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