Home
IL VESCOVO "PASTORELLO"



Ultimo di cinque figli ho vissuto con mia mamma fino a sedici anni. Le mie due sorelle erano con papà in Svizzera e i miei due fratelli erano arruolati in marina.
Tutte le sere, bello o brutto che fosse il tempo, avevamo la compagnia della sorella di mamma, la cara zia Maria, accompagnata da una donna anziana, che abitava in un casolare chiamato il "casino", situato difronte all'attuale ospedale. Nelle lunghe serate d'inverno, seduti davanti al focolare, o al braciere, raccontavano storie: belle e brutte, su tutto e su tutti. A me ragazzino, quella che affascinava di più era la storia dello "zio vescovo". Veramente era cugino di mia madre, ma io, riferendomi a lui, lo chiamavo sempre per rispetto zio. Le rarissime volte in cui faceva visita a sua cugina Filomena, mia madre, una luccicante auto nera con autista si fermava davanti casa e quando lui entrava, io andavo a nascondermi per timidezza.
Chissà, forse per farmi superare questo atteggiamento di soggezione, mi raccontavano che il vescovo era stato un bambino come me, forse con qualche capriccio in meno, perché era costretto a fare il pastorello, mentre io avevo la fortuna di frequentare la scuola.
Vescovo Barbieri Abitava con la famiglia nella campagna sottostante al paese e tutti i giorni si recava col suo piccolo gregge dietro al duomo di San Marco, sotto i balconi della curia. Il vescovo di allora, che si chiamava Salvatore Scanu ed era di origine sarda, dal balcone del suo studio, si soffermava a parlare con quel ragazzo intelligente e curioso. Un giorno convocò il padre di lui, Giuseppe, per cercare di convincerlo a mandare suo figlio a scuola. Ma il papà Giuseppe era irremovibile, testardamente convinto che lo studio fosse riservato solo alle famiglie ricche e che i suoi figli dovessero pensare solo a lavorare.
Il vescovo, di nascosto, di tanto in tanto faceva entrare in curia quel piccolo pastore che lui chiamava "ragazzo prodigio", dandogli lezioni private. Dopo molto tempo riuscì a convincere il padre a mandarlo a scuola e così lo fece entrare in seminario.
Nel sentire quel racconto, chiedevo sempre come quel bambino, che prima guardava le pecore e poi era diventato vescovo, fosse un mio parente. Mia madre mi spiegava, senza che allora io capissi tutti quei complicati vincoli di parentela, che era suo cugino, e lo diceva con una punta di comprensibile orgoglio. "Giuseppe suo padre bonanima e la buonanima di papà mio, tuo nonno Mariano, che veramente si chiamava Mariano Gaetano, erano fratelli, tutt'e due figli di Francesco Barbieri e di nonna Minuzza, Filomena, Filomena del Corno. I Barbieri venivano da Bonifati, che qua dicevano che era il paese dei ciuoti, e invece erano intelligenti, e bravissimi nel fare le reti per pigliare uccelli e pesci, le reti a ragno. Perciò ci chiamano ragnari."
Anche questo racconto mi affascinava e chiedevo sempre che mi fossero ripetute tutt'e due le storie. Allora mamma cominciava ad elencarmi tutti gli altri parenti: la nonna Saveria Mendicino, zia donna Elisabetta, che si chiamava Pasqualina Elisabetta, ma tutti la chiamavano Elisabetta -ma anche il vescovo si chiamava Angelo Raffaele e tutti lo conoscevano come Raffaele- poi zio don Ciccio, zia Maria, zio Antonio, zia Emilia, zia Giuseppina, e gli altri zii del vescovo, Luigi Antonio, Maria Rosa, Maria Carmela, Vincenzo e tuo nonno Mariano Gaetano. Quando arrivava al nome di mio nonno, zio del vescovo, io, dimenticando tutti quei nomi e i complicati legami di parentela, chiedevo: "Ma il vescovo, a me, che cosa mi è?!" aspettando ogni volta che mi venisse ripetuto che quel personaggio importante, con macchina, autista, e una gran croce sul petto, quello che aveva fatto il pastorello ed era diventato vescovo di Cassano, era mio "zio".
Mia madre, convinta che io la seguissi in quell'intreccio di cugini, fratelli, sorelle e via discorrendo, continuava l'elencazione degli altri parenti, accompagnando ogni nome con qualche piccolo commento. C'era zia Clarice, "donna" Clarice De Cola, la mamma del vescovo, c'era Ciccio, cioè Francesco, il fratello americano di sua Eccellenza, poi Antonio, poi c'era, pace all'anima sua, la povera Filomena che era morta a soli ventisette anni, e infine la zia "donna" Elisabetta. Ma una volta, prima che Raffaele diventasse vescovo, erano tutti senza il don.
"Erano nati tutti in campagna" -continuava mia madre- "in una casetta rosa a Sant'Antuonu", il quartiere di Sant'Antonio Abate come è chiamato ancora oggi in dialetto. Quella casa esiste ancora, anche se ampliata e trasformata. In seguito acquistarono un palazzetto che porta ancora il loro nome, casa Barbieri, sotto la piazza Selvaggi. Qui visse, quasi segregata, fino agli ultimi anni della sua vita la sorella nubile, "donna Elisabetta", con il fratello "don Ciccio", che aveva fatto fortuna in America. Elisabetta non cercò mai alcun contatto con le sue cugine, forse perchè interpretò impropriamente il ruolo di sorella del vescovo che la sorte le aveva assegnato, con un certo distacco dai tanti parenti e dagli umili natali, al contrario del fratello che non disdegnava di accostarsi a loro con la familiarità di sempre.
Questi ricordi di infanzia mi accompagnano sempre. Oggi, che vivo in Svizzera, sono io a raccontarli in famiglia come mia madre faceva con me, forse con qualche particolare in meno e qualche aggiunta in più, soprattutto riguardo agli ultimi anni di vita di monsignor Raffaele Barbieri e alle notizie più recenti riguardanti la sua causa di beatificazione. (http://www.raffaelebarbieri.it)


Ricordo di Pino Lombardo

Il nome del vescovo era Angelo Raffaele Barbieri. Vedi il suo albero geneaologico (n.2)

Up
LA STORIA LE STORIE

RACCONTA LA TUA STORIA
info@lastorialestorie.it