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L'ANTISTORIA


La fabbrica dell'acqua: morfologia e potere a San Marco Argentano

Il versante nord di San Marco Argentano

Una veduta del versante nord di San Marco Argentano (ripresa con drone di Marco Turano)

Passeggiando per i vicoli del centro storico, mi sono soffermato sulla morfologia urbana di San Marco Argentano e sul suo legame simbiotico con l'orografia del territorio. La storiografia attribuisce alla natura elevata del sito e alla sua funzione di difesa naturale la scelta dell'insediamento normanno. Ancora oggi, attraversando l'antico borgo, l'elemento che più colpisce è il forte dislivello del versante lungo il quale l'abitato si è sviluppato.

Senza entrare nel dibattito sulla genesi urbana - se cioè lo sviluppo sia stato di tipo "discendente" dalla Torre o "ascendente" dalla valle - è interessante analizzare come il ruscellamento diacronico delle acque lungo i pendii abbia guidato il processo di antropizzazione.

Un'analisi attenta rivela come i principali impluvi (i grandi canaloni naturali) fungessero originariamente da confini tra i comparti urbani, mentre la dorsale di crinale principale fungeva da spartiacque per le acque pluviali e sorgive, deviandole verso i due versanti opposti. Anche un occhio non esperto, percorrendo l'attuale via Roma dalla Cattedrale alla Torre, percepisce chiaramente come la strada occupi l'asse di spina: un tempo le acque qui erano libere di defluire a destra verso la catena paolana o a sinistra verso la valle del Fullone.

Questi canaloni naturali, che un tempo frammentavano il tessuto urbano in aree isolate, sono ancora individuabili. Spesso appaiono oggi come spazi verdi, orti o giardini privati apparentemente silenziosi; in realtà, rappresentano la memoria di antichi corsi d'acqua che le successive opere di ingegneria idraulica hanno "tombato" per consentire la continuità dell'abitato.

Ne osserviamo tracce evidenti in località San Francesco, dove il canalone proveniente da Salato segnava il confine fisico tra l'area del Seminario e quella di Santa Venere-Santopoli. Sul versante opposto, le acque dirette a Santo Pietro si diramavano in due rami presso l'attuale asilo vescovile e il Duomo. In questi punti, la costruzione di ponti e opere di ricucitura ha permesso di unire territori storicamente separati.

L'aspetto più affascinante di questa stratigrafia urbana si trova nel nucleo più antico. Il canalone maggiore, oggi trasformato in giardini pensili verso piazza San Gabriele, fungeva da barriera tra il quartiere di Sant'Antonio Abate (il vaglio della Motta) e il centro abitato vero e proprio. All'interno di questi rioni, le strade stesse non erano che alvei naturali: percorsi di deflusso non solo per le piogge, ma per i reflui e i prodotti di scarto. Dobbiamo immaginare un'accessibilità primitiva, garantita da sistemi di fortuna per superare il fango e i flussi idrici.

Da questo quadro emerge una chiara gerarchia spaziale: il crinale, asse salubre e dominante che collegava la Motta alla Val di Crati, era il percorso privilegiato delle élite. I due versanti scoscesi erano invece destinati a chi era al servizio del potere. Le acque non erano solo una sfida ingegneristica, ma riflettevano precise divisioni sociali. La distribuzione dei gruppi (i monaci bizantini a Santopoli, gli Sclaveni a nord, la Giudeca, i dominatori alla Motta) ricalca fedelmente la compartimentazione imposta dall'orografia. In ultima analisi, se consideriamo che i corsi d'acqua (Santa Venere, Fullone, Malosa) erano la fonte primaria di ricchezza per mulini e lavatoi, appare chiaro che la gestione di queste pendenze era, citando Marx, una questione di controllo dei mezzi di produzione. Non a caso un'antica contrada di San Marco era chiamata acqua fabbricata!


San Marco Argentano, 9 maggio 2026

Paolo Chiaselotti



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