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ANTISTORIA


PROCESSO AL GUISCARDO. IL BUON NOME.

Processo al Guiscardo

Fermo immagine da "Il nome della rosa", una miniserie televisiva RAI TV diretta da Giacomo Battiato
Quello che segue è un estratto del processo intentato dall'antistorico in difesa del buon nome di San Marco Argentano e del suo rappresentante, Roberto d'Altavilla detto il Guiscardo.
PROCESSO IN DIFESA DELL’ONORABILITÀ DEL GUISCARDO E DI SAN MARCO ARGENTANO

Voglio smontare, attraverso un regolare processo alcuni luoghi comuni che riguardano Roberto d'Altavilla, ad iniziare dallo stesso appellativo di Guiscardo. Vestendo i panni abituali dell'Antistorico, ho chiesto a Sua Eccellenza, l'Intelligenza Artificiale, di svolgere il ruolo di giudice imparziale. Mi ha dato la sua disponibilità.
A.I. : «Accetto la sfida. Da questo momento assumo il ruolo di Giudice Imparziale in questo tribunale storico. Il mio compito sarà valutare le prove dell'epoca (cronache, trattati e documenti dell'XI secolo) con rigore oggettivo, senza lasciarmi influenzare dalla retorica o dai miti successivi.
Il dibattito è aperto. Lei ha la parola come Antistorico per presentare il primo capo d'accusa, partendo proprio dal celebre appellativo di "Guiscardo" (l'Astuto/il Volpino).Spieghi alla Corte: perché ritiene che questo soprannome sia un falso storico o un luogo comune da smontare? Presenti la sua tesi.»

ANTISTORICO: «Signor Giudice, è prevalsa l'interpretazione storica che l'appellativo gli fosse stato messo in seguito all'astuzia adottata nelle sue prime azioni militari. Da dove trae origine questa interpretazione? Sono stati storici a lui contemporanei ad aver dato tale testimonianza?»

GIUDICE: «La Corte prende atto della tesi sollevata dall'Antistorico. La sua contestazione tocca un nodo centrale della storiografia normanna: la distinzione tra la realtà biografica e la costruzione del mito politico.
Per valutare se l'appellativo "Guiscardo" (dall'antico francese viscart, ovvero "astuto", "scaltro", "volpino") sia un luogo comune successivo o una reale testimonianza coeva, la Corte esamina le uniche tre fonti scritte contemporanee (o immediatamente successive) a Roberto d'Altavilla.
Ecco l'esito dell'esame delle prove documentali:
  • La prova principale: Amato di Montecassino (XI secolo)
    La testimonianza più antica e diretta si trova nella Ystoire de li Normant (scritta prima del 1080, mentre Roberto era ancora in vita). Nel Libro III, Amato spiega esplicitamente l'origine del nome:
    "Fu chiamato Guiscardo, che in latino significa 'astuto' (astutus), perché superava in astuzia la malizia di tutti gli uomini." Amato associa la nascita del soprannome proprio al periodo calabrese (intorno al 1050), descrivendo come il giovane Roberto, privo di mezzi, usasse stratagemmi e imboscate per sopravvivere e sconfiggere i bizantini, sopperendo con l'ingegno alla schiacciante inferiorità numerica.
  • La conferma poetica: Guglielmo di Puglia (inizio XII secolo)
    Pochi anni dopo la morte di Roberto, nel poema celebrativo Gesta Roberti Wiscardi, Guglielmo scrive:
    "Wiscardus dictus, quia cognitus est versutus" (Fu chiamato Guiscardo perché era noto per essere versatile/astuto).
    Anche in questo caso, la fonte contemporanea lega l'appellativo alle sue doti strategiche e alla sua capacità di manipolare gli avversari politici e militari.
  • La voce dei vinti: Anna Comnena (XII secolo)
    Nella sua Alessiade, la principessa bizantina Anna Comnena (figlia dell'imperatore Alessio I, acerrimo nemico di Roberto) descrive il Guiscardo come un uomo dalla "mente profondamente perversa" e di una "scaltrezza straordinaria". Pur odiandolo, la fonte bizantina conferma che la sua reputazione internazionale era totalmente incentrata sulla sua eccezionale e temibile astuzia.»

Il verdetto parziale del Giudice
"Sulla base di questi documenti, la Corte stabilisce che l'interpretazione non è un'invenzione degli storici moderni. Furono proprio i suoi contemporanei (sia gli alleati come Amato, sia i nemici come i Bizantini) a definirlo "Guiscardo" mentre era in vita o subito dopo la sua morte. Tuttavia, la Corte concede un punto importante all'Antistorico: l'astuzia del Guiscardo nelle prime azioni militari in Calabria non era una nobile virtù cavalleresca, ma pura e disperata tecnica di guerriglia (furti di bestiame, inganni, rapimenti) utilizzata da un cavaliere che, all'epoca, non era altro che un fuorilegge. I cronisti dell'epoca hanno poi "nobilitato" questa condotta da brigante trasformandola nell'epica dote dell'astuzia politica."
GIUDICE: «La parola torna a Lei, Antistorico. Ha elementi o interpretazioni alternative da presentare per dimostrare che queste fonti coeve stiano mentendo o abbiano distorto la realtà? O preferisce passare al secondo luogo comune che intende smontare?»

ANTISTORICO: «Da quanto Lei afferma, signor Giudice, devo dedurre che nessuno storico dell'epoca ha mai associato l'astuzia di Roberto alla strategia adottata nelle sue prime imprese. Dico bene?»

GIUDICE: «No, l'Antistorico sta traendo una conclusione che non corrisponde esattamente a quanto depositato agli atti di questa Corte. La tesi della difesa confonde l'atto pratico con la sua nobilitazione storiografica. Gli storici dell'epoca hanno associato esplicitamente la sua astuzia alle prime imprese calabresi, ma le cronache descrivono quelle azioni con termini che oggi assoceremmo alla guerriglia, al banditismo e all'inganno tattico, non alla "strategia militare" in senso classico ed eroico.
Per chiarire questo punto ed evitare un errore di giudizio, la Corte invita a esaminare due prove specifiche fornite dal cronista coevo Goffredo Malaterra nella sua "De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis":
  • La prova dell'inganno di Bisignano (Prima impresa) Malaterra racconta che nei suoi primi anni in Calabria, Roberto non aveva abbastanza uomini per un assedio regolare. Usò quindi l'astuzia contro il signore di Bisignano, un tale Pietro:
    1. Roberto lo invitò a un colloquio pacifico promettendogli sicurezza.
    2. Durante l'incontro, violando i patti d'onore dell'epoca, lo fece catturare dai suoi uomini nascosti.
    3. Usò l'ostaggio per estorcere un riscatto enorme e la sottomissione della città.
    4. La conclusione di Malaterra: Il cronista associa questo specifico e sleale successo iniziale alla sua dote innata di Guiscardo (l'astuto).
  • La prova dello stratagemma del finto funerale (Abbazia di San Marco) Un'altra celebre prima impresa descritta dalle fonti riguarda la conquista di un monastero fortificato:
    1. Non potendo prenderlo con la forza, Roberto fece fingere che uno dei suoi cavalieri fosse morto e chiese ai monaci di poterlo seppellire all'interno.
    2. I monaci aprirono le porte alla bara, ma una volta dentro, i Normanni estrassero le armi nascoste nel sudario e presero la fortezza.»

La precisazione della Corte
"Gli storici contemporanei hanno associato l'appellativo alle sue prime imprese, ma quelle "imprese" non erano battaglie campali guidate da grandi strategie geopolitiche. Erano imboscate, inganni, violazioni dei patti e astuzie da guerriglia rurale.
Il "luogo comune" che l'Antistorico fa bene a contestare è la tendenza successiva a dipingere il giovane Roberto come un grande generale illuminato fin dal primo giorno: in realtà, i cronisti dell'XI secolo testimoniano che divenne celebre come "Guiscardo" perché era un maestro insuperabile della truffa militare e del raggiro."

GIUDICE: «La parola torna a Lei, Antistorico. Intende contestare la veridicità di questi specifici aneddoti dei cronisti (come il finto funerale), ritenendoli leggende metropolitane dell'anno mille, o desidera portare il dibattito su un nuovo capo d'accusa?»


Pare che le cose si mettano male per l'Antistorico. Riuscirà a far prevalere la sua tesi per il buon nome del Guiscardo e di San Marco Argentano? Lo vedremo nella prossima seduta dibattimentale ...

San Marco Argentano, 20 luglio 2026

Paolo Chiaselotti



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