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ANTIARTE


L'INVIDIA DI GIOTTO

L'affresco dell'Invidia di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova
Immagini a confronto riproducenti la testa dell'Invidia nella Cappella degli Scrovegni a Padova

Sono stato costretto, per una volta, a superare i ristretti confini del piccolo centro di provincia in cui vivo, San Marco Argentano, per contestare l'interpretazione critica di un affresco di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Essa è palesemente errata e mi meraviglio che sia universalmente condivisa e accettata da secoli. Mi riferisco alla celebre raffigurazione dell'Invidia.

Ho visitato la Cappella degli Scrovegni molti decenni fa, senza soffermarmi allora sulla personificazione di questo peccato capitale. Anche nel corso degli anni, pur avendo insegnato educazione artistica nella scuola media, non ho mai illustrato agli alunni una raffigurazione che consideravo secondaria. In questo mio attuale e ristretto ambito culturale, a distanza di tempo, ho iniziato a curare la rubrica di arte locale del presente sito, occupandomi delle opere presenti a San Marco Argentano. L'interesse per i vari aspetti culturali del territorio mi ha spinto a estendere le ricerche alla storia legata ai nostri luoghi, alle genealogie e alle espressioni dialettali.

Proprio nel commentare una particolare locuzione dialettale, ho avuto la necessità di inserire a corredo illustrativo un'allegoria dell'Invidia. Mi sono ricordato, per l'appunto, della figura realizzata da Giotto a Padova.

Nel verificare alcuni piccolissimi particolari che comparivano nelle riproduzioni fotografiche storiche dell'affresco originale, mi sono accorto che essi erano misteriosamente scomparsi dopo il restauro a cui l'opera è stata sottoposta agli inizi del nostro secolo. Ho notato che tre piccole pinne - due pettorali e una caudale, chiaramente visibili nella foto d'epoca (a destra nell'immagine) - nell'opera restaurata non ci sono più. Banalmente, qualcuno potrebbe obiettare che quelle tre piccole macchie mancanti, forse alterate o rovinate dal tempo, nulla cambino nella fruibilità dell'opera e nella sua lettura figurativa. Al contrario, cambiano tutto.

Ciò che mi ha profondamente colpito è che la critica ufficiale sia concorde nel definire quell'appendice che fuoriesce dalla testa della figura come un "corno diabolico" ripiegato all'indietro, e non come la parte caudale di un animale. Quelle tre piccole pinne rimosse individuavano, oltretutto, non un comune serpente, ma un mostro acquatico dal corpo lungo e sottile. Un parassita che, partendo proprio dalla coda penetrata nell'orecchio, si infila sotto il copricapo, spunta sopra la fronte, penetra nella scatola cranica e infine esce dalla bocca.

Ebbene, questa mia interpretazione - che alla luce delle riproduzioni fotografiche storiche ritengo evidente - è considerata dalla critica ufficiale palesemente errata. Secondo la tesi accademica, quella parte posteriore sarebbe un corno di caprone, mentre la parte che esce dalla bocca sarebbe la lingua stessa della donna tramutata in serpente. Non solo: qui si raggiunge l'assurdo dell'interpretazione canonica, secondo cui la bocca dell'animale starebbe divorando gli occhi della figura per "questioni etimologiche", poiché Invidia deriva dal latino in-videre, ovvero "guardare contro" o "non vedere più". Al contrario, ritenevo e ritengo che la bocca aperta dell'animale in prossimità degli occhi rappresenti allegoricamente il nutrimento del peccato attraverso lo sguardo invidioso della figura, allo stesso modo in cui la coda che penetra nella nuca e si adagia nel padiglione dell'orecchio assorbe pettegolezzi e maldicenze.
La mia congettura, sottoposta a ripetute analisi e confronti, risultava sempre respinta dai paradigmi dell'Intelligenza Artificiale, che si limitava a replicare fedelmente le decine di attestazioni delle fonti ufficiali1.

Tuttavia, il concetto che sta alla base della lettura accademica è contraddittorio sotto ogni aspetto: filosofico, teologico e razionale.

Per comprenderne l'errore, occorre ristabilire un principio fondamentale: la figura dipinta da Giotto non è un uomo o una donna reale, ma l'allegoria del peccato con fattezze femminili, scelta dovuta unicamente al genere grammaticale della parola latina Invidia. Se realmente il corpo dell'animale fosse solo la lingua dell'allegoria che si ritorce contro se stessa, saremmo di fronte a un cortocircuito teologico inaccettabile. Ammettere che il Peccato possieda una coscienza morale autonoma, al punto da trasformarsi da solo in strumento di castigo e autopunirsi fino a distruggersi, è un assurdo. Se il male si condanna e si punisce da sé direttamente sulla terra, il ruolo di Dio come Giudice Supremo e l'intera impalcatura del Giudizio Universale verrebbero resi perfettamente inutili. Anche razionalmente, se l'animale divorasse e accecasse gli occhi della figura, verrebbe immediatamente meno l'invidia stessa, che si nutre proprio della vista del bene altrui.

C'è, però, un aspetto ancora più profondo che risiede nel restauro. Ammesso che quei particolari delle pinne non siano solo un effetto ottico o incrostazioni, la loro eliminazione attraverso il restauro trasforma la coda dell'animale in qualcosa che somiglia a un corno demoniaco, avallando la tesi della critica. Tuttavia, anche a non voler tenere conto di esse, l'idea che l'Invidia sia un essere demoniaco con la lingua a forma di serpente contrasta con l'idea stessa del peccato, che verrebbe in questo modo identificato genericamente nel demonio. Verrebbe meno, di conseguenza, la funzione stessa della bestia parassitaria che si insinua nella testa uscendone a mo' di lingua.

Questo aspetto della penetrazione interna è talmente certo che ognuno di noi può verificarlo soprattutto nella figura restaurata: la pressione interna del corpo del mostro tende la pelle della guancia e dello zigomo, privandola della copertura che letteralmente "esplode" in minuscoli pezzi, accuratamente ricostruiti dai restauratori.

Le persone che hanno maggiore dimestichezza con la lingua italiana e le sue origini avranno immediatamente dedotto che quella "testa" e quel "crepare" sono alla base dell'espressione popolare "crepare d'invidia". Nel Medioevo, il termine testa (dal latino testa, guscio o mattone) indicava propriamente il vaso di coccio o di terracotta. Ai tempi di Giotto e di Dante, il verbo crepare era usatissimo per indicare la rottura, la spaccatura di questi manufatti d'argilla (anche la nostra contrada, Testoli, trae il nome da testa, vaso di creta).

Giotto ha messo in scena una straordinaria metafora visiva e linguistica: l'allegoria dell'Invidia è un vaso di terracotta (una testa) che si spacca e crepa sotto la pressione interna delle spire del mostro che la abita.

Non so se, da questo momento in poi, chi ordinò il restauro e coloro che lo eseguirono stiano riflettendo sulla variazione iconografica provocata dall'eliminazione di quelle piccole, apparentemente insignificanti, macchie, in cui io ho voluto vedere pinne caudali e pettorali.

Di conseguenza, mi piace pensare (illudendomi di essere ancora utile) che chi si occupa di storia, di arte e di letteratura, avendo letto questo articolo, possa spiegarmi il motivo per cui Giotto pensò di realizzare questa insolita figura proprio nella Cappella degli Scrovegni a Padova.

San Marco Argentano, 5 agosto 2026

Paolo Chiaselotti


NOTE: L'interpretazione completa dell'allegoria raffigurata da Giotto è la seguente. La donna, che stringe in una mano un borsello, mentre allunga l'altra mano dalle dita già usurate dal continuo aggraffare cose altrui, è circuita da un mostro acquatico. Il corpo della bestia, infilando saldamente la coda tra nuca e orecchio, nasconde il corpo nella testa fasciata della donna, infilandosi nella sua testa fino a farla scoppiare come un vaso di coccio. La bestia, uscendo dalla bocca, ripiega il corpo in un percorso lungo e sinuoso verso di lei, puntando sul suo sguardo occhi e muso aperto. Alla base del corpo della donna arde il castigo divino, rappresentato dal fuoco riservato ai dannati.
L'allegoria include alcuni frutti dell'Invidia, come l'avarizia, la maldicenza, l'usura, il desiderio incontenibile di cose altrui. Non rappresenta, ciò nonostante il Male o parte di esso, ma entra a far parte dei vizi, separando l'uomo dalla Grazia attraverso il peccato. In quanto tale l'allegoria non può essere considerata un demone o un essere demoniaco. È l'essere umano che ha scelto di rifiutare la Grazia.
Anche l'Islam condanna senza appello l'invidia. La gravità del peccato è espressa, infatti, nella penultima sura del Corano, al versetto 5: وَمِنْ شَرِّ حَاسِدٍ إِذَا حَسَدَ (Wa min sharri ḥāsidin idhā ḥasad), contro il male dell'invidioso quando invidia. Anche in questo caso non c'è l'identificazione del Male con l'invidioso.
Quanto sopra, per confermare che l'immagine di un corno diabolico attaccato alla testa della donna va assolutamente rigettata.

1Ho trovato casualmente un parziale riscontro positivo alla mia interpretazione di una parte caudale della bestia e non di un corno diabolico nella spiegazione di noto critico e studioso di arte sacra, Roberto Filippetti. Nella sua pubblicazione "Il Vangelo secondo Giotto. La vita di Gesù raccontata ai ragazzi attraverso gli affreschi della Cappella degli Scrovegni, Itaca, Castel Bolognese, 2004, pp. 60 e 62-68, così si esprime in proposito: "Quella diabolica serpe che le scodinzola sulla nuca, le spunta da sotto il turbante, le esce dalla bocca e le entra negli occhi, avvelenandole lo sguardo." (da https://www.gliscritti.it/blog/entry/1674)

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