INDICE INEDITI
LA MALEDIZIONE DEL PRETE Fatti accaduti e documentati
Il racconto riguarda un fatto accaduto a San Marco Argentano nel 1870, nello stesso anno in cui l'esercito italiano violò i confini dello Stato Pontificio. Metaforicamente potremmo dire che l'Italia, in quella occasione, sottrasse alla Chiesa quanto le era da secoli appartenuto.
In misura certamente imparagonabile alla precedente a San Marco Argentano qualcuno aveva deciso di anticipare i tempi, entrando alcuni mesi prima – o giorni – nella chiesa cattedrale e svaligiandola di alcuni preziosi in argento. Un sottile filo lega la vicenda nostrana con i ben più gravi fatti accaduti a Roma. Non si tratta, però, dell'appropriazione indebita riguardante in misura diversa la cattedra di Pietro e la nostra, ma della presenza del vescovo di San Marco, Livio Parladore, al Concilio indetto da papa Pio IX. Quando si verificò il furto il vescovo era assente, sostituito dal vicario. Non so quando ciò avvenne, ma senz'altro prima del 18 luglio 1870, data in cui il nostro antistite dovette abbandonare i lavori conciliari. Era scoppiata la guerra tra Francia e Prussia che avrebbe capovolto i destini dell'Europa e della stessa Chiesa. Ciò che accadde a San Marco prima di questa data è narrato dal teologo Salvatore canonico Cristofaro nella sua Cronistoria di San Marco Argentano con le seguenti parole: «brutta e immeritata retribuzione 1 fu al certo l'ingente furto e lo spoglio dell'episcopio perpetrato da indigeni malfattori, mentre il Vescovo ritrovavasi in Roma al Concilio Vaticano...». In una nota il cronista aggiunge: «Il ladro Schella 2,3,4 svelò che l'argenteria fu presa da un prete. E questa è la misura capace a valutare i tempi! ... » Non sappiamo chi fosse il prete, ma sappiamo da alcuni atti dell'epoca chi fosse il ladro Schella. Il consiglio comunale del 1864 ne traccia un profilo: ladro e sospetto manutengolo, che la vita l'ha passata tra i camorristi delle prigioni ... e la cui fede di perquisizione (la fedina penale) è così piena di delitti da disgradarne ogni famoso ladro.... I consiglieri, preoccupati per il rientro in città di un tale individuo, chiedono al Prefetto un intervento per la quiete dell'intero pubblico. Antonio Francesco Chimenti 2,3,4, alias Schella, negli atti processuali che riguardano i suoi crimini dal 1865 al 1883, risulta sempre inquisito per furti, tranne nel primo procedimento a suo carico per ferite mortali. Nel caso sopra specificato il suo nome compare nei registri del Tribunale di Cosenza del 1871 con l'imputazione di furto. Coimputata era una giovane donna di San Marco Argentano, Maria Rosaria Garofalo 3,4. Di entrambi conosciamo dati personali e appartenenza familiare. Alcuni mesi fa, dall'Argentina, una signora mi inviò un racconto sui suoi avi dal titolo "Después el silencio", perchè lo pubblicassi su questo sito. Mi spiegò le sue origini sammarchesi e mi chiese se dalle mie ricerche risultasse che una sua antenata, Maria Rosaria Garofalo, avesse partorito un figlio o una figlia nato in carcere. «In famiglia si diceva che fosse stata incarcerata per un furto nella 'chiesa di San Marco',» mi scrisse «dove prestava servizio con la madre.» Le risposi che dagli atti risultava che la donna aveva partorito tutti i figli in casa. Per quanto riguardava, invece, la chiesa, non poteva trattarsi di una chiesa qualsiasi, ma della chiesa cattedrale unita all'episcopio, dove le due donne prestavano servizio. La madre, infatti, come risulta dai registri comunali abitava nel vicino quartiere di Santa Caterina 4. Chiarito l'equivoco delle due chiese, che dire a proposito della nascita di un figlio in carcere? La nascita del primogenito avvenuta a maggio del 1871, anno del procedimento giudiziario, fu probabilmente all'origine della tradizione familiare che Maria Rosaria avesse partorito in carcere. Oppure, se ci fu realmente una carcerazione, doveva trattarsi della custodia cautelare quando la donna era incinta. Il seguito di questa storia è la parte più significativa del racconto odierno. In famiglia si diceva che Maria Rosaria fosse stata ingiustamente accusata da una terza donna, anch'essa impegnata nei lavori di pulizia, la quale, per la vanità di esibire una mantellina sottratta nella "canonica", fu accusata del furto avvenuto nella chiesa qualche giorno prima. La conseguenza fu che entrambe furono arrestate. A questo punto siamo al cuore del racconto, quello che ha ispirato la scena da film che ho utilizzato come immagine introduttiva. Il prete, non sappiamo chi fosse (essendo il vescovo assente dobbiamo pensare che si trattasse del suo vicario o dell'arcidiacono), in seguito al furto lanciò sulla donna una maledizione che avrebbe perseguitato tutte le sette successive generazioni. Vi ho detto tutto. Ho fatto, ovviamente, le dovute ricerche per accertare la veridicità degli eventi narrati, rivedendo tutti gli atti e rileggendomi per filo e per segno le parole riportate dall'autore della Cronistoria. È tutto realmente accaduto e documentato nel modo seguente. Nel 1870, mentre il vescovo era a Roma per partecipare al primo Concilio indetto da papa Pio IX, vi fu un clamoroso furto di arredi sacri nell'episcopio. Del furto fu accusato il noto ladro soprannominato Schella, con la complicità di una donna di nome Maria Rosaria Garofalo. Il ladro, a detta dell'autore della Cronistoria, avrebbe rivelato che ad impossessarsi dei preziosi fosse stato un sacerdote. Da questo momento, però, i fatti si avvolgono in una nebbia fatta di ricordi e di sentito dire. Che un prete potesse aver maledetto qualcuno per aver commesso un furto sacrilego è molto difficile da credere, a meno che non l'abbia fatto spogliandosi del suo abito talare per rabbia o vendetta. Potrebbe nascere il sospetto che fosse stato accusato dal ladro, come riporta il Cristofaro nella Cronistoria. O può darsi che si sia trattato di una scomunica. C'è però anche un'altra possibilità ovvero che l'eco della scomunica papale nei confronti del Re Vitorio Emanuele e di coloro che occuparono le terre pontificie si sia fusa con quella di una condanna morale a livello locale. C'è, tuttavia, quella frase ambigua con la quale il Cristofaro sottolinea l'esecuzione del furto sacrilego: «Il ladro Schella svelò che l'argenteria fu presa da un prete. E questa è la misura capace a valutare i tempi!...». A chi si riferisce la sua interpretazione del motto latino O tempora, o mores: al ladro o al prete? Considerata la notorietà del ladro e dei suoi misfatti, sarebbe illogico pensare alla gravità di una calunnia. È, invece, più logico credere che possa essere stato realmente un prete a compiere o a ordinare il furto. Che dire? Quanto è attendibile la versione dei fatti tramandati a voce per generazioni? Come essere certi che non si tratti di voci mal interpretate, se non addirittura riguardanti ambiti storici di più vasta portata? E come interpretare correttamente quella condanna morale espressa dall'autore della Cronistoria in una piccola noticina? Non potendo dare storicamente una risposta, mi sono avvalso di quello strumento che oramai uso da anni, come Diogene usava la lanterna per cercare l'uomo: la genealogia. Mi sono chiesto: «Ci sono a San Marco discendenti di quella donna vittima del maleficio?» Sì. Ho scoperto che esistono e che continuano ad abitare nel luogo in cui erano nati tutti i figli di Maria Rosaria. Ho domandato ad uno di loro se avesse mai sentito parlare di un suo antenato che fu vittima della maledizione di un prete. Non mi diede il tempo di finire la domanda che gridò: «Min..., se ne ho sentito parlare!». E mi elencò una sfilza di guai che erano capitati a lui e alla sua famiglia, incluse le morti di membri giovanissimi della cerchia familiare e, soprattutto, l'amara riflessione che la maledizione non si sarebbe conclusa con la sua generazione. Affidandomi alla ragione piuttosto che alla fede, gli ho chiesto da chi avesse appreso questa brutta storia e mi ha risposto: «'I patrima, quannu io avia quartuordici'anni...», concludendo filosoficamente «N'avia puru pututu fa' a menu!» (Da mio padre quando avevo quattordici anni... Avrebbe anche potuto farne a meno!) San Marco Argentano, 10.10.2026 Paolo Chiaselotti
1 S. Cristofaro, Cronistoria di San Marco Argentano, Cosenza, Parte III, cap. VII, par. 2a. Pagina consultabile all'indirizzo:
I dieci anni che precedono il 1860.
L'espressione immeritatata retribuzione è immediatamente successiva ad una precedente retribuzione fatta ai componenti di una banda di briganti nel periodo post-unitario. Questa è l'intera frase: "per opera di M[onsignor] Parladore, che promise alla banda di Francesco La Valle che pel merito della presentazione si sarebbe scemata la condanna, un bel giorno, ecco nell'episcopio venirsi a presentare quella compagnia, che ricattando ed uccidendo erano gran cagione di perturbazione. Qualche sommetta di danaro a ciascheduno, frutti di dispensa ed altro fu fatto ad essi tenere dal Vescovo, per la quale meritò che il governo gli desse l'onoreficenza del gran Cordone d'Italia; brutta e immeritata retribuzione fu al certo l'ingente furto e lo spoglio dell'episcopio perpetrato da indigeni malfattori, mentre il Vescovo ritrovavasi in Roma al Concilio Vaticano, alla cooperazione di quel nobile fatto, onde la quiete e la sicurezza ritornava tra i cittadini.". L'autore, inspiegabilmente, anticipa di vari anni l'episodio di brigantaggio post-unitario e il furto suddetto, attribuendo a quest'ultimo la causa del colera del 1855 voluto da Dio &laqui;[che] già colmo il vaso dell'ira sua, n'abbia diffuso il fatal liquore sulla città dell'Evangelista». Va precisato a proposito dell'onoreficenza conferita al vescovo Parladore che essa non si riferiva alla 'sommetta' data a ciascun componente della banda La Valle poiché l'Ordine cavalleresco del Gran Cordone d'Italia fu istituito il 2O febbraio 1868 dal re Vittorio Emanuele II per celebrare l'unità nazionale e commemorare le future nozze dell'erede al trono (il futuro Umberto I) con la principessa Margherita di Savoia (da https://it.wikipedia.org/wiki/Ordine_della_Corona_d%27Italia). 2 Archivio Storico Comunale di San Marco Argentano, Registro delle Deliberazioni del Consiglio Comunale 1863-1866, Istanza al Prefetto di Cosenza per Francesco Antonio Chimenti, alias "Schella", consultabile alla pagina Deliberazione 11.5.1864 n.64 3 Archivio di Stato di Cosenza, Tribunale Circondariale di Cosenza, dai registri con imputazioni riguardanti di San Marco Argentano dal 1863 al 1904. Consultabile alla pagina Imputati per reati ... 4 I dati anagrafici dei protagonisti di questa storia per un riscontro dei fatti accaduti sono stati tratti dai siti www.sanmarcoargentano.it e https://www.antenati.san.beniculturali.it/?type=registry |
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