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L'ANTISTORIA

MARCO BOEMONDO ALLA CROCIATA - DODICESIMO EPISODIO.

Esecuzioni dei Crociati da Wikipedia

Esecuzioni compiute da Crociati - Miniatura conservata nella Biblioteca Nazionale di Francia- da Wikipedia

QUEL CHE ACCADDE A MARRA E IN ALTRI LUOGHI ...

GESTA FRANCORUM - LIBRO X, cap.XXX - XXXVI.

Antiochia è definitivamente in mano ai Crociati, gli ultimi saraceni superstiti moriranno nella disperata fuga nei boschi, nelle vallate, nelle campagne.
Ugo Magno viene inviato a Costantinopoli con un messaggio per l'imperatore Alessio: Vieni a riprenderti Antiochia, ma di Ugo, detto Ugone, non si seppe più nulla, neppure se avesse potuto portare a termine l'ambasciata.

La continuazione del cammino verso il Santo Sepolcro fu rinviata a novembre per evitare di attraversare territori aridi e caldi, ma nel frattempo qualcuno dei cavalieri cristiani si tenne in allenamento. Uno di questi, tal Raimondo Pileto, faceva parte del gruppo del conte di Sant'Egidio. Si fece un giro nei paraggi e si imbattè in una cittadina abitata da Siriani, i quali, oltre che arrendersi spontaneamente, suggerirono al bighellone di assalire una vicina fortezza piena di Saraceni. Detto, fatto: l'occuparono, posero agli abitanti due alternative: cambiare Dio o cambiar vita, passando a quella eterna. Accontentarono tutti, fedifraghi e ostinati.
Qualche altro mise la testa fuori d'Antiochia, giusto per vedere chi e soprattutto cosa ci fosse intorno. Raggiunse, assieme ad altri una città chiamata Marra, un covo di Saraceni. Solito copione: tentativo di prendere la città e fare bottino.Non andò per il verso giusto o per colpa del presuntuoso cavaliere o per distrazione divina: fu un massacro.

Era ancora il mese di luglio e l'attesa era lunga. Fortunatamente il Signore si ricordava di qualcuno di loro e lo chiamava a sè. Se ne andò così il vescovo podiense, quello per capirci che ci fece dannare per capire da dove provenisse, finché non scoprimmo che veniva dalla cittadina francese di Le-Puy. A beneficio dei concittadini e degli appassionati di storia medievale, il cronista ci informa che era il giorno di San Pietro in Vincoli, ovvero il 1° agosto 1098, ma ci dice soprattutto che il defunto, in vita, raccomandava sempre di risarcire i poveri, in quanto erano gli unici che potessero intercedere, con le loro invocazioni a Dio, per la salvezza eterna dei Crociati. E così, con le preghiere a prezzi stracciati, si chiude il trentunesimo capitolo, mentre continua l'estenuante attesa di riprendere il cammino verso il Santo Sepolcro.
Ad annoiarsi, questa volta, è il potente conte di Sant'Egidio, più volte nominato in queste pagine, che, da uomo d'onore (non lo dico io), va in una città di nome Albara, uccide tutti i Saraceni che vi abitavano e decide di convertire alla fede cristiana una città quasi vuota. Come fare? Fa venire un brav'uomo da Antiochia, lo consacra vescovo e gli affidua l'arduo compito di convertire la vecchia casa del demonio pagano in un tempio cristiano.

Il tempo trascorre e giunge il giorno di Ognissanti. È finalmente novembre! tutti sono ansiosi di sapere quando si riprenderà il cammino verso Gerusalemme. Ogni giorno si ripeterà la stessa storia. Tutti a chiedere: <«ma quando partiamo, ma quando lasciamo Antiochia?" L'unico a non avere fretta è Boemondo che, in continuazione, ripete che i patti vanno rispettati, che tutti gli avevano promesso la città, che lui ad Antiochia si sentiva come a casa propria, insomma tutte quelle frasi fatte del cicero pro domo sua.
L'unico a tenergli testa in questa lagna compulsiva è l'ormai arcinoto conte di Sant'Egidio, ma alla fine anche lui non ne può più e cede nell'acconsentire che Boemondo si prenda Antiochia. Ma ad un patto: che l'imperatore Alessio sia d'accordo! Il che è come dire: mai!
Boemondo promette e giura che non avrebbe deviato dall'obiettivo di raggiungere il Santo Sepolcro, evitando di fissare la data in cui sarebbe arrivato.
Il cronista a questo punto inserisce nel racconto una descrizione di quanto bella e grande fosse la città, come a volerci far capire quanto grossi fossero gli appetiti del valorosissimo Boemondo. Antiochia, o bella, con le tue montagne che si trovano entro il perimetro urbano. Da un lato i monti, dall'altro il fiume Oronte e una storia secolare alle spalle, con il re Antioco fondatore assieme a settantacinque sovrani diversi, e una storia recentissima di presenza crociata calcolata al millesimo, otto mesi e un giorno, e tre settimane di attacchi pagani e, infine, cinque mesi e otto giorni di quasi totale tranquillità per grazia di Dio! La descrizione prosegue con le ricchezze spirituali, ovvero le innumerevoli chiese con i loro tesori, ben 360 conventi, il tutto sotto l'autorità religiosa di un patriarca coadiuvato da 153 vescovi.
Questa era Antiochia quando i Crociati partirono, mentre Boemondo li vedeva allontanarsi sempre di più con un profondo velo di tristezza sul volto. Il dolore più grande era di trovarsi in mezzo a loro!

Non fu una passeggiata. Ad impedire di mettere a buon fine i santi propositi c'era Marra, la città piena zeppa di Saraceni, Turchi, Arabi e compagni, che bisognava a tutti i costi neutralizzare. L'assalto richiese la creazione di una torre lignea montata su quattro ruote per essere portata fin sotto le mura . In cima ad essa Eurardo il Cacciatore con un gran corno emetteva lugubri suoni di attacco. Pietre e pece greca dall'altra parte non la scalfiscono, merito, oltre dei cavalieri e soldati che scalano come formiche la torre, di presbiteri e chierici che, avvolti nei paramenti sacri, elevano preghiere al Signore dai piedi della corazzata.
L'assalto si rivela subito difficile, ma per fortuna Gulferio, il cui cognome Daturre sembra quasi un presagio, riesce a scavalcare le mura e a tenere la posizione con pochi altri valorosi. Nel frattempo centinaia di uomini scavano sotto le mura protetti dalle impalcature della torre lignea. Non saprei dire il motivo, ma gli scavi alle fondamenta atterriscono i Turchi che abbandonano le mura e si rifugiano in città.
Era sabato, era di sera, il sole tramontava, era l'undici di dicembre dell'anno 1098. Boemondo fa sapere a tutti i civili presenti in città di andarsi a rifugiare nel palazzo sopra la porta, che sarebbero stati risparmiati. Inizia il saccheggio. E la carneficina: maschi, femmine, adulti e bambini.
L'onorevole Boemondo si ricorda della promessa fatta a coloro che si erano rifugiati nel palazzo: sottrae loro tutto ciò che possedevano, molti li fa uccidere e altri se li porterà ad Antiochia per essere venduti. Per i primi giorni fu difficile camminare senza bagnarsi i piedi di sangue fino alle caviglie.

I Crociati rimasero per trentaquattro giorni, durante i quali morì il vescovo oriense 1, che ebbe la fortuna di essere sepolto; i cadaveri degli altri venivano aperti alla ricerca di bisanzi inghiottiti o le loro carni utilizzate per staccarne qualche pezzettino da cuocere alla brace.

ll nostro Boemondo, dico nostro perchè era nato a San Marco Argentano, è arrabbiatissimo, non per quanto accaduto nella città, ma per il solito attrito con Raimondo di sant'Egidio che non vuole ancora riconoscergli i suoi diritti su Antiochia. E così decide di mollare tutto, metaforicamente si intende, e di far ritorno in quella che oramai giudicava la sua città.

Il conte si rende conto che la presenza di Boemondo è decisiva per l'esito della Crociata e, allora, mette sul piatto la questione del Santo Sepolcro: che siamo venuti a fare? La domanda è diretta a Boemondo, ma il conte di Sant'Egidio la pone ai responsabili del cammino di purificazione, in primis a Goffredo, a Roberto il Normanno, al conte di Fiandra e anche, ovviamente, anche allo stesso Boemondo, ma la questione, gira e rigira, ritorna sul possesso di Antiochia reclamato dal sammarchese.
Se quest'ultimo è testardo, come tutti i calabresi, il conte Raimondo non è da meno. Che ti combina? Fa rivolgere un pensiero reverente al palazzo sopra la porta della città di Marra da poco conquistata, quasi a voler ricordare le vittime della carneficina ordinata da Boemondo e, per evidenziare la sua ferma volontà devozionale, in pieno inverno, il 13 gennaio 1099, esce a piedi nudi da Marra e raggiunge una città vicina, Cafarda. Quasi un percorso penitenziale.
Difficile dire se si trattasse di tattiche, espedienti, strategie o di reali sentimenti, fatto sta che Boemondo dovette nuovamente unirsi ai Crociati. Il seguito del percorso fu l'attraversamento di altre città con i cui governatori si raggiungeva quasi sempre un accordo, salvo poi a violarlo per cibo e soldi necessari all'occorrenza.
Tutti assieme appassionatamente, dunque, Goffredo, Raimondo e Roberto, compreso Boemondo, attraversano campagne e città, con il poderoso seguito di cavalieri, fanti e pellegrini, talora tranquillamente, tal altra confliggendo, sempre, tuttavia, rifornendosi in un modo o nell'altro di quanto fosse necessario alla prosecuzione del viaggio e alla sopravvivenza, il che equivale a dire, animali, grano, olio, farina ecc.
Cesarea, Kefalia, Camela, Tortosa, Archa, Maraclea furono le principali città attraversate, i cui nomi ho trascritto come meglio mi suonava nella nostra lingua, ma che potrebbero aver diversa scrittura e denominazione.
Ecco che arrivati in una città, Lichia, Boemondo si stacca dal gruppo degli ostinati proseguitori del cammino del Santo Sepolcro, per tornare defintivamente ad Antiochia. Il cronista non spiega il pretesto addotto per questo distacco definitivo dagli altri, ma dice solamente che il duca Goffredo e il conte di Fiandra giunsero da soli ad assediare una città vicina chiamata Gibello.

Qui i Crociati si diedero nuovamente agli eccidi, questa volta facendo scorrere il sangue fino a colorar di rosso l'acqua contenuta nelle cisterne della città. L'assedio durò tre mesi meno un giorno. La puntualità del cronista nel precisare eventi, numeri e date è encomiabile e così ci informa che nel corso dei combattimenti morirono Anselmo da Ripamonte e Guglielmo Picardo e che dopo l'assedio fu celebrata la Santa Pasqua il 10 aprile.
Le fave novelle concludono, come in un lunedì di Pasquetta, il libro XXXV, nel senso che i comandanti del più agguerrito esercito di quei tempi, ovvero il duca Goffredo, Raimondo conte di Sant'Egidio, Roberto il Normanno e il conte di Fiandra constatato che le leguminose giungevano a maturazione a metà aprile e che il grano sarebbe maturato a metà maggio decisero che fosse meglio intraprendere il cammino gerosolimitano con i nuovi frutti.
Venerdì 12 maggio giungono a Tripoli, vi rimangono tre giorni, durante i quali raggiungono un accordo con il re: restituzione di trecento pellegrini fatti prigionieri, quindicimila bisanzi, quindici purosangue, un mercato in cui acquistare cavalli, asini e altro, per non parlare dell'accordo maggiore: se i Crociati avessero vinto la guerra contro il Sultano e avessero preso Gerusalemme lui si sarebbe fatto cristiano. Affare fatto!

Il seguito del viaggio fu segnato dal passaggio per varie città e fortezze fino a Ramola, una città abbandonata dei Turchi, ai confini della quale c'era una chiesetta con i resti del corpo di San Giorgio. Il santo guerriero avrebbe meritato qualcosa di più: quel qualcosa i cavalieri lo affidarono ad un vescovo eletto per l'occorrenza, lasciato lì con alcuni uomini, un po' di oro e di argento e alcuni cavalli a far da guardia al sepolcro.

Alla prossima puntata!

1 L'aggettivo usato dal cronista delle GESTA FRANCORUM potrebbe riferirsi alla città di Oria, di cui fu vescovo Godino, anche se l'aggettivo nella maggior parte dei casi è orietanus. Tuttavia, altre interpretazioni, come Orange per alcuni, Oreo per altri, non reggono. La cronotassi dei vescovi di Oria-Brindisi riporta il nome di Godino e la sua data di morte: 1098 !

Note:

Attraverso il link sottostante troverete, come sempre, il testo integrale di questo episodio con la traduzione a lato. Nel caso il lettore notasse eventuali errori di traduzione o interpretazione sa già come comportarsi.
GESTA FRANCORUM - LIBRO X

Il testo latino è reperibile al seguente indirizzo:
https://www.thelatinlibrary.com/medieval.html


San Marco Argentano, 3 settembre 2023

Paolo Chiaselotti


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