di Giancarlo Chianelli
Vincenzo Chianelli non aveva ancora compiuto trentanove anni quando si imbarcò sul piroscafo Nazario Sauro. Era il 29 luglio 1939.La sua scelta non fu facile, non era un giovane di leva, era un padre con nove figli, l'ultimo nel grembo della moglie. Fu una scelta obbligata: una paga sicura per poter sfamare la propria famiglia. Si arruolò nei reparti destinati all'A.O.I. (Africa Orientale Italiana) e il tre agosto sbarcò a Massaua. Fu assegnato al Battaglione misto d'Africa, composto da granatieri, artiglieri e camicie nere. Prese parte alla battaglia di Gimma in Etiopia. La notizia della morte della moglie, nel novembre del 1940, sarà la sofferenza maggiore, che lo accompagnerà per tutta la vita. La speranza di tornare vittorioso venne infranta il ventidue giugno del 1941, quando la fortezza italiana cadde in mano agli inglesi. Fatto prigioniero assieme a tutti i sopravvissuti, ebbe inizio quel calvario rappresentato dall'annullamento dei diritti fondamentali. Senza nessun rispetto per la dignità umana, fu deportato da Gimma in Tanganika (oggi Tanzania), affrontando un viaggio di oltre duemila chilometri fino al campo di lavoro di Arusha, prima, e trasferito successivamente a diverse centinaia di chilometri di distanza, in quello di Tabora. I primi anni furono i peggiori: malaria, febbre delle acque nere, dissenteria, malnutrizione. Farina di mais, fagioli, un po' di riso e, soprattutto, tanto lavoro erano le condizioni di vita degli internati. Le morti per le precarie condizioni di salute erano gli invisibili proiettili della fine della guerra. Il collegamento con il mondo esterno era sfasato di mesi: la posta, se arrivava, era recapitata dopo sei, otto mesi, censurata. A casa arrivò un'unica sua lettera: dentro c'era la sua foto e sul retro la dedica "alle mie care figlie..." Non aveva notizie dall'Italia, di cosa stesse succedendo dopo la sconfitta in Africa, tranne le poche notizie rubate o diffuse dalla radio inglese. La durata della prigionia, il pensiero dei figli e l'incertezza sul loro futuro erano frustranti. Sotto l'aspetto umanitario le condizioni di vita nei campi di prigionia degli inglesi erano migliori di quelle dei tedeschi; gli inglesi, infatti, si attenevano ai patti di Ginevra, pur utilizzando i prigionieri come forza lavoro entro i limiti consentiti dai trattati. Molti detenuti venivano utilizzati per costruire infrastrutture o lavorare nei campi, remunerati con pochi scellini al giorno. Gli italiani, da sempre abili lavoratori, si facevano ben volere dagli inglesi, che li consideravano bravi, mansueti, apolitici e ... di razza inferiore. Passati alcuni anni, in un'Italia divisa in due, nel 1943, venne proclamata la Repubblica di Salò. A tutti coloro che avevano combattuto venne chiesto da quale parte stare, se aderire alla nuova Repubblica oppure 'stare' col Re e i suoi Alleati. Al nonno questa possibilità non venne mai data. Per l'Italia tanti come lui erano solo prigionieri del nemico e, come se non bastasse, "traditori". Abbandonati e cancellati, anche i sussidi che venivano erogati alle famiglie, furono sospesi. In una sorta di gioco delle parti, tuttavia, dopo il 1943, anche nei campi di prigionia gli internati si schieravano su posizioni diverse: i badogliani, fedeli al Re, gli irriducibili con la RSI di Mussolini. A prescindere della posizione presa, però, le sorti di mio nonno e di tutti gli altri prigionieri di guerra restavano immutate, tranne qualche rissa che scoppiava tra i nostalgici del passato regime e coloro che ritenevano il fascismo la causa dei loro guai. I più arrabbiati erano coloro che, privi di speranza, cominciavano ad odiare il mondo intero. Immagino il tormento di mio nonno: a diciotto anni arruolato negli Arditi nella prima guerra mondiale, poi volontario in Africa a presidiare i territori conquistati e, infine, prigioniero. In questa cornice ciò che gli avrà provocato maggior dolore, credo che sia stata la constatazione di essere dimenticato dalla terra a cui aveva dato sé stesso. Quando il 29 dicembre 1946 sbarcò a Napoli, trovò ancora un'Italia divisa. Era rimasto prigioniero in Tanganika dal 1941, senza schierarsi, considerando quella scelta inutile, fonte di ulteriore tormento interiore e lotta fratricida. Quando rimpatriò con tutti i suoi drammi interiori ci fu chi lo additò come colui che "non aveva scelto"; un 'neutrale' in un periodo in cui non era ammessa neutralità. La guerra, purtroppo, non aveva insegnato nulla. Fu chiamata, metaforicamente, fredda. Il nonno, la sua scelta l'aveva fatta prima, partendo volontario a trentanove anni. Dopo non gli fu data un'ulteriore possibilità fino al ritorno a casa dopo sette anni e mezzo di prigionia, un periodo superiore a quello stabilito in caso di guerra. Il suo maggior cruccio non fu quello se avesse tradito i propri ideali, ma di essere stato inutilmente assente. Assente quando i figli crescevano, assente quando l'Italia decideva da che parte stare, assente quando la moglie moriva. In quell'assenza forzata ci fu la sua 'resistenza': resistere tanti anni senza cedere, senza piegarsi, solo con il sogno e la speranza di poter tornare a casa. Aveva lasciato l'Italia a trentanove anni anni, vi fece ritorno quando ne aveva quarantasei: sette anni e mezzo perduti tra guerra e prigionia, mentre i suoi figli, senza più la madre, non sapevano quando e se sarebbe tornato. È mancato il tempo per conoscerlo. Non so se mi avrebbe parlato volentieri delle sue esperienze o se avesse preferito tenersele dentro. Oggi so che partire volontario con figli a casa voleva dire dire avere coraggio. Oggi so che tornare dopo cinque anni e mezzo di prigionia, e ritrovare una famiglia spezzata, vuol dire aver saputo resistitere. Oggi so che se vivo in un paese libero lo debbo anche a coloro che nel silenzio e con immani sacrifici ce lo hanno consegnato. Mi rattrista solo il pensiero che nella memoria ufficiale di lui -il suo foglio matricolare- ci sia scritto soltanto: prigioniero di guerra, senza dire come, dove, e da chi fu alienato dal mondo. La sua esperienza più terribile è stata cancellata dalla storia. Questo è il motivo che mi ha spinto a scrivere una pagina in memoria di Vincenzo Chianelli, classe 1900: solo perché possa essere ricordato. 19 maggio 2026 Giancarlo Chianelli
NOTE: Giancarlo Chianelli, nato a Cosenza nel 1965, originario di San Marco Argentano, sposato, una figlia, vive da
moltissimi anni a Losanna, dove lavora come dipendente del comune.
Ha una passione smisurata per la Grande Guerra, un percorso iniziato quindici anni fa, con una puntuale ricerca di tutti i caduti di San Marco Argentano. Collabora con la redazione@cadutigrandeguerra.it di Reggio Emilia nell'aggiornamento delle schede di tutti i caduti. Ama camminare e ... frugare in qualsiasi contesto storico - culturale, specialmente nel mondo militare, dal quale è stato sempre attratto. Altri racconti di Giancarlo Chianelli: soltanto i morti ... Caduto per la Patria U 'mmasciaturu Una giornata al Pettoruto Pere a quintali Visita ad Auschwitz |
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