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IL KRITÉ A SAN MARCO


uno schifato bizantino in oro
Uno schifato bizantino in oro (da Wikipedia)

Voglio soffermarmi ancora sulla vicenda del rapimento di Pietro di Tira, chiedendomi perché il Guiscardo lo abbia lasciato libero. «È una domanda talmente banale da non meritare alcuna risposta» potrebbe replicare qualcuno.

C'è stato, invece, chi una risposta me l'ha data. Si tratta di un signore che vive nel crotonese, il quale, il giorno successivo alla pubblicazione della pagina sul rapimento del 'signore' di Bisignano, mi ha informato che egli stesso era testimonianza vivente del seguito di quell'incredibile storia.
Studi e ricerche che egli ha condotto sul suo casato riconducono il cognome Turrà alla vittima del rapimento. In particolare, mi ha riferito che, in seno alla sua famiglia, si è sempre parlato di proprietà possedute nel territorio di Squillace e di lontane ascendenze legate ad un luogo in Albania.

Da questo incontro è scaturita una riflessione sull'opportunità della liberazione di un così prezioso personaggio, non un ricchissimo signore, ma un funzionario bizantino con un patrimonio da salvaguardare e amministrare.

Per farla breve gli ho esposto la mia idea, ovvero che quel suo illustre progenitore non fosse stato rapito e non gli fosse stato estorto denaro. Sarebbe stato, semplicemente, trasferito con le sue funzioni e l'erario, da Bisignano a San Marco.

Trasferimenti di questo genere, per i tempi che correvano, necessitavano di azioni di forza o di contrattazioni, o di entrambe le opzioni.

Essendo il signor Turra venuto a San Marco, per ricambiare la cortesia verso l'ospite, gli ho illustrato con dovizia di particolari, quale memoria di quella vicenda fosse rimasta nel nostro paese. E ho parlato di quel famoso quartiere del Crité che per oltre otto secoli ha testimoniato la presenza di un funzionario bizantino.

Non so se la mia interpretazione di un trasferimento forzoso o volontario possa essere stata gradita all'ospite, vissuto come tutti noi nella convinzione che Pietro di Tira fosse stato rapito. Ho spiegato che, essendo un antistorico, avanzavo spesso dubbi su questioni che gli storici davano per assodate. In questo colloquio, improntato sulla sincerità, ho anche accennato alla possibilità di un passaggio del suo illustre antenato, con denaro e funzioni, dai bizantini ai normanni.

Nulla di riprovevole, visto che il mantenimento di alti burocrati, in grado di amministrare popoli conquistati e restii a sottomettersi ai vincitori, è stata prassi comune in ogni epoca e in ogni circostanza. Inoltre, quella che poteva apparire come un'opinione personale, edulcorata dalle contingenze storiche, aveva un suo fondamento documentale.

A dircelo sono gli stessi cronisti ad iniziare dal Malaterra, quando, in apertura del capitolo dedicato al rapimento di Pietro di Tira, premette che non può tacere il fatto che il Guiscardo lo abbia 'catturato' ("Qualiter vero Petrum de Tira, qui apud Bisinianum morabatur, acceperit, silentio praetereundum non est"). Nel medioevo l'espressione latina "excusatio non petita accusatio manifesta" significava che dietro ogni scusa c'era sempre una colpa.
Perché, infatti, Malaterra avrebbe potuto passare sotto silenzio un simile evento, visto che nel capitolo precedente aveva descritto il Guiscardo come un morto di fame che va a saccheggiare, nottetempo, con una banda di facinorosi, affamati quanto lui, un villaggio indifeso?! Cosa c'era di tanto grave nel rapimento con relativa estorsione di un bizantino da parte di un normanno?

Inoltre -lo dico non per saccenteria ma per una certa confidenza che ho col Malaterra- lo storico usa il verbo "acceperit", accostabile all'idea di accogliere, accettare, per alleggerire la gravità del rapimento a scopo di estorsione. Di chi? dell'esucutore materiale o del 'mandante'?
C'è, come spiegavo al signor Turrà, un altro aspetto importante da tenere in conto. Nel capitolo successivo al rapimento, il Guiscardo, essendo morto il fratello Umfredo, viene proclamato conte al suo posto. In questa nuova veste decide di estendere il dominio sul resto della Calabria fino a Reggio. Dal racconto non emerge la forza delle armi, ma una lunga cavalcata con un esercito al seguito, attraversando la Val di Crati, fino a Squillace e, infine, a Reggio. Al ritorno pacificamente gli si consegnano Squillace, Nicastro e Maida nel catanzarese.

Il mio informatissimo interlocutore mi dice che proprio in quelle zone la tradizione familiare voleva che i Turrà avessero varie proprietà. Vera o infondata che sia questa 'voce', protrattasi attraverso secoli di storia, resta il problema di come il Guiscardo abbia potuto e saputo relazionarsi con i 'vinti' e in qual modo abbia potuto governare quelle terre e le popolazioni che vi abitavano senza amministratori capaci e fidati.

Dal racconto, le 'conquiste' del Guiscardo vengono presentate come una pacifica sfilata in armi per dimostrare chi fossero i nuovi padroni, pronti a prendersi cura e difesa di popolazioni abbandonate a sé stesse. Funzionari, e non avidi esattori di un impero lontano, avrebbero garantito questa transizione. Da dove partì tutto questo? Per orgoglio di appartenenza, dico da San Marco e dall'intuizione lungimirante di un condottiero, ambizioso, ma fedele alleato della chiesa e difensore dei suoi interessi.
A quale manifestazione del suo carattere va attribuita l'astuzia del nostro condottiero? Alla capacità di saper sfruttare opportunamente gli eventi e i potentati esistenti o al rapimento di un ricco signore di Bisignano?
A dire quanto sia falsa la versione del cospicuo riscatto è Amato di Montecassino, attraverso il suo volgarizzatore francese. Dice lo storico che l'appellativo Guiscardo (Viscart) gli fu dato da Gerardo di Buonalbergo per questa cattura ingegnosa, proponendo ad un furbastro diventato ricco sfondato, di sposare sua zia in cambio di duecento cavalieri! Con quel bottino che si era procurato, ottanta chili d'oro, il Guiscardo poteva comprarsi una città intera!

Un'ultima cosa, a proposito di occultamento delle verità storiche. Malaterra non parlò mai della presenza di Roberto nella battaglia di Civitate, tanto meno nel corso della prigionia e del rilascio di papa Leone. Ce lo presenterà dopo, nelle vesti di avventuriero solitario e di uomo spietato, assetato di potere e disposto a compiere ogni nefandezza pur di arricchirsi.

Dimenticavo, ancora, di dire che Goffredo Mlaterra non parlò neppure dell'esistenza a San Marco dell'abbazia della Matina. Al vescovo bizantino di Malvito furono pagati i diritti che egli vantava sui terreni di pertinenza dell'abbazia, l'equivalente in schifati di trenta grammi d'oro. L'abbazia, donata dal Guiscardo e dalla moglie Sichelgaita ai monaci benedettini con un notevole sconto delle proprie colpe, fu direttamente soggetta al papa ed esente da qualsiasi tributo.

S. Marco Argentano, 23.5.2026

Paolo Chiaselotti


Pagine sull'argomento

CHI ERA PIETRO DI TIRA?
IL RAPIMENTO DEL SIGNORE DI BISIGNANO

Nota:
In merito ai miei due ultimi capoversi, Goffredo Malaterra, nella sua opera "De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis Et Roberti Guiscardi ducis fratris eius", colloca in questo ordine la cronologia degli eventi:
  • DECIMUM QUARTUM. De Leone apostolico, qualiter a Normannis captus sit.
  • DECIMUM QUINTUM. Qualiter Leo papa a Normannis cum honore dimissus sit.
  • CAPUT DECIMUM SEXTUM. De Roberto Guiscardo, qualiter castrum Sancti Marci firmavit, et qualiter cum Sclavis peditibus praedatum ivit.
  • CAPUT DECIMUM SEPTIMUM. De Roberto Guiscardo et Petro de Tira.
  • CAPUT DECIMUM OCTAVUM. Qualiter Robertus Guiscardus comes Apuliae factus sit.
  • CAPUT DECIMUM NONUM. De Rogerio, iuniore filio Tancredi.
  • CAPUT VICESIMUM. De Rogerio qui, a Roberto Guiscardo invitatus a Calabria in Apuliam vadit.
  • CAPUT VICESIMUM PRIMUM. Robertus Guiscardus et Rogerius cum exercitu Regium vadunt.
precisando, nella prefazione, che, se non sono riportati alcuni avvenimenti e altri non sono narrati nell'ordine cronologico, la colpa è di coloro che glieli hanno riferiti (vel certe interpres accesserit, si seriatim minus ordinate, secundum tempora, quibus facta sunt quae adnotantur, vel certe aliqua oblivione praetergressa repereritis, non haec tam mihi, quam relatoribus culpando adscribantur...). Ciò che fa riflettere è il rapimento di Pietro di Tira posteriore alla battaglia di Civitate.




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