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(parte terza)
Forse è il caso di soffermarsi sul contesto socio-economico in cui nacque l'idea di sostituire i cavalli con il motore.
Dalle tre immagini a lato possiamo fissare tre passaggi significativi della nostra storia: l'arrivo della prima automobile
a San Marco Argentano, il primo postale diretto a Cosenza, un momento della vita quotidiana di professionisti e proprietari.
Le foto furono scattate nel primo ventennio del Novecento.
A livello nazionale, il movimento culturale denominato Futurismo, che celebrava la bellezza della velocità e del "motore ruggente", fu fondato solo pochi anni dopo il raid Pechino-Parigi del 1907. Mentre le élite intellettuali teorizzavano la modernità, a San Marco si passava ai fatti: la vecchia diligenza dei Granieri, che si vede alle spalle della leggendaria Itala 35-45 HP guidata dal principe Scipione Borghese, fu molto probabilmente quella "cellula abitativa" poi smontata e trasformata nel postale che appare nella seconda foto. Tra le due immagini c'è un intervallo temporale di oltre un decennio, un vuoto riempito dal rumore dei cannoni della guerra italo-turca e della Grande Guerra. Quell'intervallo si legge chiaramente sui volti: dalla meraviglia quasi infantile per quel primo "mostro meccanico" del 1910, si passa alla fruizione pragmatica di un servizio pubblico. Alcuni dei ragazzi che ammiravano l'Itala sono gli stessi uomini che ritroviamo nel 1920, molti dei quali rientrati dal fronte con il titolo di autieri, portando con sé la conoscenza tecnica acquisita sui campi di battaglia. L'idea fu quella di mettere assieme ciò che restava: la robusta carrozzeria della vecchia diligenza e la meccanica dei residuati bellici. Probabilmente fu utilizzato un telaio Fiat 15 Ter (noto come "il mulo" per la sua resistenza in salita) o un Fiat 18 BL, poiché i modelli più recenti come il 621 sarebbero arrivati solo anni dopo. Abbiamo i nomi di chi realizzò questa "strana fusione"? Sulla foto compaiono i fratelli Carlo e Ignazio De Pietro, allora giovani appassionati che studiano il motore. L'anziano che si affaccia dal finestrino somiglia molto a un membro della famiglia Sacchini, legata ai De Pietro da vincoli matrimoniali. Possiamo supporre che entrambe le famiglie parteciparono all'iniziativa. I Sacchini possedevano terreni e un edificio su via Duca degli Abruzzi, dove la famiglia Granieri, proveniente da Bisignano, gestiva il servizio a cavalli. Lungo questa strada, un tempo militare, erano sorte botteghe artigiane di eccezionale valore: fabbri-ferrai e carpentieri che furono i veri ingegneri di questa transizione, capaci di forgiare Fata, dalla diligenza al motore (3) staffe e raccordi per unire il legno delle carrozze all'acciaio dei telai Fiat. Il protagonista principale fu Ernesto Granieri, giovane sognatore che cercava una rottura col passato. Tuttavia, non trovò mai il consenso del padre Domenico, il quale, legato indissolubilmente al mondo dei cavalli, si rifiutò di coprire i debiti contratti per l'acquisto dei mezzi motorizzati. L'impresa, come confermatomi dal discendente Giancarlo Partenope, naufragò così in un fallimento finanziario, accelerato forse da una condotta di vita esuberante: pare che il giovane Ernesto avesse acquistato persino un'Ansaldo, vettura che all'epoca era un vero status symbol per pochi. La terza foto ritrae invece il mondo che restava a guardare: la classe benestante che conversava dinanzi alla farmacia, simbolo di una società protetta e poco incline al rischio. Eppure, il seme era stato gettato. Nonostante il fallimento dei pionieri, la via era tracciata. Nel 1925 subentreranno i fratelli Fragomeni con la FATA, che ... (alla prossima puntata). S. Marco Argentano, 8.5.2026 Paolo Chiaselotti |
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