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ANDREACE GONZAGA DI SAN MARCO CAVALIERE DELL'ORDINE DI SANTO STEFANO
Dal fascicolo contenente i documenti per l'ascrizione all'ordine cavalleresco ...

(archivio Roberto Ruggi d'Aragona Bilotti)

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Particolare del manoscritto n.21 con le testimonianze dei 4/4 di nobiltà di Andreace Gonzaga
e la firma del vescovo di San Marco Fabrizio Landriano, milanese - San Marco, 11 gennaio 1566
Per gentile concessione del dott. Roberto Ruggi d'Aragona Bilotti
Premessa
Il fascicolo del cosiddetto "Processo di Probanza" di Andreace Gonzaga contiene un documento straordinario: la dichiarazione giurata di nove illustri cittadini di San Marco sulle origini familiari e sulla condotta di vita dell'aspirante a milite del prestigioso ordine di Santo Stefano. Si tratta di un enorme manoscritto su pergamena la cui lettura e trascrizione, non essendo un paleografo, mi ha impegnato per qualche settimana. Debbo ringraziare il dott. Ruggi d'Aragona per avermi ... involontariamente messo alla prova in questa avventurosa 'probanza' di capacità. Aggiungo che a ritenermi capace di interpretare manoscritti del Cinquecento di stile notarile sono stati due discendenti dell'illustre casata Gonzaga. Il citato dottore, collezionista e mecenate, e l'avv. Daniel Gonzaga, dall'Uruguay, anch'egli appassionato di memorie e testimonianze storiche e altrettanto noto in ambito internazionale.
Superata questa prova, mi sono trovato dinanzi all'impresa più ardua, quella dello storico, che per me, antistorico per vocazione, riesce difficilissima. Nel testo che leggerete faccio emergere la scelta di Andreace Gonzaga non tanto come ricerca di prestigio nobiliare, ma piuttosto di un legame con la potente famiglia dei Medici. La mia non è una consapevole visione storica, ma un'intuizione, o sensazione, che ho ricavato da questo atto corposissimo e vacuo allo stesso tempo. Mi sono chiesto perché l'ambizione di un appartenente ad un antico e prestigioso casato, finito dalla Lombardia in Calabria, fosse sostenuta da figure note e prestigiose, non solo a livello locale. Infatti, la potente famiglia Sanseverino in Calabria e lo stesso duca Cosimo I in Toscana vollero l'ingresso incondizionato di Andreace Gonzaga nel prestigioso ordine religioso-militare.


Il fascicolo relativo al Processo di Probanza di Andreaccio Gonzaga (il nome fu scritto in vari modi) rappresenta un tassello di straordinario valore storico, poiché inserisce vicende locali nel più ampio quadro geopolitico della penisola. Grazie ai legami con l'Ordine di Santo Stefano e, in particolare, agli obblighi che l'ascrizione imponeva, il documento fa riflettere sul ruolo della Calabria nella lotta alle eresie e nel controllo dei traffici marittimi, una delle principali finalità dell'Ordine religioso-militare.

L'atto fu redatto l'11 gennaio 1566 a San Marco, regnante Filippo d'Austria, in seguito alla comunicazione di Aurelio e Barranco Gonzaga che il loro fratello Andreace si era presentato dinanzi al duca di Firenze Cosimo I dei Medici, per un'istanza particolare. Egli chiedeva a Sua Eccellenza di essere ammesso all'ordine cavalleresco di Santo Stefano, istituito da pochi anni dallo stesso duca con approvazione papale. L'ascrizione all'ordine prevedeva una complessa procedura di accertamento dei requisiti da parte di autorità civili e religiose, pubblici ufficiali e testimoni. Essa era talmente farraginosa che non bastava accertare le qualità possedute dall'interessato, ma finanche di coloro che erano preposti all'accertamento, incluse autorità e pubblici ufficiali.
Il documento in questione era importantissimo - sotto l'aspetto filologico lo è ancora - in quanto, al cospetto del vescovo del tempo, Fabrizio Matteo Landriano, milanese, e dell'autorità cittadina, dovevano essere pronunciate e trascritte integralmente le dichiarazioni giurate riguardanti le nobili origini, le qualità morali e la indubitabile fede religiosa dell'aspirante cavaliere.
La formula, lunghissima, verteva sempre sulle stesse domande e le risposte, altrettanto lunghe e circostanziate, venivano trascritte integralmente come esse venivano pronunciate. Tra le prove di nobiltà ce n'era una davvero curiosa: bisognava attestare che l'aspirante milite dell'Ordine non avesse mai svolto mestiere vile, nè arte meccanica e mercatura. Un'altra, invece, richiedeva che l'interessato fosse stato visto in chiesa mentre si confessava e si comunicava. Doveva, inoltre, dimostrare di essere e di appartenere a famiglia ricca e benestante, dando prova di essere stati sempre serviti, compresi genitori e avi, da servitori e di avere cavalli e muli nella stalla!

Leggendo il documento si resta stupiti del numero dei testimoni chiamati a deporre, della meticolosa trascrizione di ogni dichiarazione e dei vari adempimenti burocratici, segno che la figura di Andreace Gonzaga godeva di una vasta considerazione. Probabilmente, dietro tutto questo apparato, c'era anche una forte aspettativa da parte della nobiltà e del clero, per i benefici e i vantaggi che avrebbero potuto trarne.
Un Regio Giudice a vita e un Regio Notaio, alla presenza del Vescovo e al Luogotenente civile (che faceva le veci del Viceduca), raccoglievano le deposizioni giurate dei nove testimoni eccellenti. Tra questi ultimi c'erano le massime cariche ecclesiastiche e civili del territorio: il Decano e Vicario Generale, il Sindaco della città, l'Arciprete e vari Canonici della Cattedrale.

La dimostrazione della nobiltà di sangue e di origini geografiche.

In altra pagina della rubrica Genealogie troverete in dettaglio le origini di Andreace e il prosieguo della casata Gonzaga. Dal presente documento emerge, però, in maniera costante, quel tratto distintivo degli eredi della grande nobiltà del Nord. I testimoni raccontano che il padre dell'aspirante cavaliere era il magnifico Minicuccio Gonzaga, uomo colto, letterato e possessore del Feudo di Santo Stefano a Roggiano, così stimato che il potente Principe di Bisignano gli affidava spesso il governo dello Stato. Uno di loro, tesoriere della cattedrale, aggiunge che a San Marco era conosciuto da alcuni col soprannome di Minicuccio di Palma per il motivo che il padre, Carlo detto Creacolo, era giunto in Calabria, col genitore Francesco, dalla città di Parma!

Se il cognome Gonzaga rappresentava di per sé una garanzia, le altre famiglie con cui si apparentarono erano anch'esse di nobile origine? Certamente: la nonna paterna apparteneva alla potente Casa Valentoni di San Marco, titolare di feudi e vassalli. La madre era madamma Soeva de Fraxia (in seguito Sveva), figlia di un ricchissimo e nobile proprietario di feudi, imparentato con la storica Casa d'Oria. La nonna materna era la magnifica Cecilia Barranca, figlia di un valoroso cavaliere che aveva servito come Luogotenente del Principe di Rossano durante le guerre del re di Raonia (Aragona).
"Tutto a posto, allora?" ci chiederemmo oggi. Beh, forse qualche piccola dimenticanza ci fu. Ad esempio, il padre di Filippa era sempre indicato non per nome ma col titolo di barone dei vassalli. Dall'atto risulta figura di spicco, potente e influente, anche se nessuno ne pronunciava o ricordava il nome. Probabilmente fu questa mancanza all'origine di un supplemento di indagini che protrasse i tempi di accettazione all'ordine. Le insidie di un percorso burocratico che vedeva coinvolte altre città come Catanzaro e Pisa, avrebbero potuto annullare di colpo ogni faticosa azione precedente. Infatti, a conclusione di tutto questo iter, la commissione d'esame toscana con sede a Pisa, incaricata di vagliare tutti i documenti, comunicò al duca Cosimo I, con una dettagliata annotazione in calce all'istruttoria, le integrazioni necessarie. Risultato: l'annotazione fu cancellata con tre vistosi tratti di penna - un quarto incrociato sugli altri tre per maggior sicurezza.
Una conferma dell'indiscutibile prestigio della casa Gonzaga? o l'esigenza dettata da un interesse geopolitico che doveva superare ogni ostacolo?

Ritornando al nostro manoscritto, a chiusura delle indagini, ben undici firmatari - tra cui il Vescovo, il Giudice e il Notaio con il suo sigillo ufficiale - apposero la propria firma, validando un documento che oltrepassa i ristretti confini della storia di San Marco e della Calabria.


NOTE STORICHE DI APPROFONDIMENTO

Il Quadro Politico e la Datazione
L'atto si apre con riferimento al regno di Filippo II d'Asburgo, "Re di Castiglia e di Aragona", ma anche di Hierusalem Hungariae Dalmatiae Croatiae", se pur solo nominalmente. Il documento specifica che era il dodicesimo anno del suo regno di "Siciliae citra farum" (Sicilia al di qua del faro, termine che indicava il Regno di Napoli continentale).
Filippo II aveva ricevuto il Regno di Napoli dal padre Carlo V nel 1554 per poter sposare, con il rango di Re, Maria Tudor la Cattolica, nota anche come la Sanguinaria, per le sue persecuzioni religiose.

I Fatti di Calabria e la Lotta alle Eresie
La richiesta di dimostrare una vita "sine macula" e l'assenza di "nefa" (da nefas, empietà) non era una formalità. Solo cinque anni prima, nel 1561, la Calabria settentrionale era stata sconvolta dal massacro delle comunità valdesi (a Guardia Piemontese e San Sisto), represse nel sangue dall'Inquisizione e dal Viceré di Napoli. Nel 1566 la paura del "contagio eretico" era ossessiva. Dimostrare la purezza della fede era un requisito di sicurezza dello Stato.

I Testimoni della Fede
Per togliere ogni dubbio di vicinanza a posizioni giudicate eretiche o di tolleranza, i testimoni ecclesiastici – tra cui il Canonico e Tesoriere Bianco Pettinato e il Vicario Generale Giuseppe de Andreotta - ci tengono a specificare di aver visto con i propri occhi Andreace confessarsi regolarmente da Jacobo Salvagio e di ricevere la comunione direttamente dalle mani del Vescovo Landriano nella Cattedrale.

L'Ordine di Santo Stefano
Fondato a Firenze nel 1562 dal Duca Cosimo I de' Medici, era un ordine sia religioso che militare-marittimo. Aveva il compito di difendere le terre di fede cattolica, contrastando la presenza di pirati barbareschi e turchi ottomani nel Mediterraneo. Entrare nell'Ordine di Santo Stefano significava arruolarsi letteralmente nella "guerra santa" dell'epoca. Per questo motivo l'indagine sulla purezza di sangue e sull'integralismo religioso del candidato doveva essere ineccepibile.

Terminologia Giuridica dell'Atto
Nel testo si fa riferimento a beni "burgensatici et feudali". I beni feudali erano terre legate a vincoli e doveri nobiliari concesse dal sovrano. I beni burgensatici, invece, erano proprietà private libere da vincoli feudali, come l'immensa e concreta ricchezza posseduta della famiglia materna dei Fraxia. Tra questi, con molta probabilità, quelle terre che ancora oggi vanno sotto il nome di Serra Madamma, titolo che accompagnava sempre, in tutte le deposizioni, il nome di Sveva Frassia.

Elenco dei 9 testimoni interrogati sotto giuramento:
  • Joseph de Andreotta: Decano del Capitolo della Cattedrale e Vicario Generale.
  • Jacobus Tuscanei: Canonico di San Marco.
  • Joannes Leonardus Salvagius: Nobile e cittadino.
  • Barnaba de Orlandis: Sindaco in carica della Città di San Marco.
  • Joanne Guerrise: Arciprete della città.
  • Antonellus Ferrarius: Cittadino di San Marco.
  • Antonius Maria Silvagius: Cittadino di San Marco.
  • Laurentius Vertera: Canonico della Cattedrale.
  • Blancus Pettinatus: Canonico e Tesoriere della Cattedrale.


San Marco Argentano, 10.9.2026

Paolo Chiaselotti

Precedente Andreace Gonzaga

Vedi anche le pagine delle genealogie Roberto Ruggi d'Aragona Bilotti, Gonzaga, Valentoni (link esterno) Catalani (link esterno)
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