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CARIVUNERE E CARIVUNARI

di Vincenzo Serra

Carivunere

Particolare di "carivunere" da Calabria Straordinaria


   Sovente in alcuni appezzamenti di terreni collinari erano presenti dei boschi con alberi di alto fusto, rigogliosi e ben tenuti. Detti boschi, come tutte le selvi, erano periodicamente destinati al taglio, operazione che i proprietari di quei terreni facevano volentieri, anche perché costituiva una significativa entrata, senza necessità di eccessiva fatica e di notevoli spese.

   Questi boschi erano sottoposti alla vigilanza della guardia forestale, il cui parere era vincolante per poter procedere al taglio. Il primo accertamento riguardava il rispetto del vincolo che imponeva un intervallo di 14/15 anni (14 'jietti') fra un taglio e l'altro. Una volta ottenuto il parere favorevole dalla forestale si contattava un imprenditore boschivo per il contratto di vendita. Anche in questo caso si doveva informare la guardia forestale per le necessarie verifiche e i controlli sui tagli. Era obbligatorio lasciare in piedi alcuni alberi intervallati da equa distanza.

   Per il taglio materiale di un bosco (della durata di alcuni mesi) l'acquirente utilizzava personale competente e di sua fiducia, che di solito proveniva da zone ricche di aree ed attivita boschive, come Fagnano castello o paesi della presila. Tenendo conto, della distanza fra posto di lavoro e residenza, della carenza di mezzi di trasporto, delle strade dissestate, ma soprattutto della specificità di un'attività, che necessitava di una costante presenza, era inevitabile il trasferimento a tempo pieno sul luogo del lavoro di questi ragazzi, che, per prima cosa, provvedevano a costruirsi un rifugio ("u pagliaru").

   "U pagliaru", di forma simile alle tende degli indiani o militari che vediamo nei film, ma di diversa dimensione, era costruito dagli stessi boscaioli (carivunari), incrociando pali intrecciati con frasche compattate da argilla e terra e ricoperti, infine, da un telo impermeabile. La costruzione di detto "pagliaru" richiedeva perizia ed accorgimenti per prevenire allagamenti, infiltrazione di acqua o cattiva esposizione ai venti.

   Ricordo che noi bambini guardavamo con entusiasmo quei benedetti "pagliari" e immaginavamo qualcosa di epico e di pioneristico senza pensare che era una necessità abitativa per quelle persone, che con saggezza condividevano quel limitato spazio. Li dentro vivevano generalmente tre persone con un fuoco continuamente acceso, le riserve alimentari, qualche stoviglia e gli attrezzi di lavoro.

   Ricordo persone affabili pronte all'amicizia con tutti e in armonia fra loro (non ho mai assistito ad un litigio). Ad intervallo di 10/15 giorni, a turno, facevano «una scappata a casa» per un saluto ai propri cari, il cambio e l'integrazione delle riserve alimentari.

   I lavori del taglio del bosco non si limitavano all'abbattimento degli alberi, ma si estetndevano anche a tutte quelle attività necessarie per la trasformazione dell'albero in prodotto commerciabile. Venivano selezionati i tronchi grossi o robusti e diritti per essere destinati a traverse o travi, sempre utili e richieste. Per ricavare le traverse e le travi intervenivano altre persone con il dono della pazienza, della precisione e la tenacia verso un lavoro preciso e faticoso; erano tempi in cui si lavorava quasi solo a braccia ed a occhio.

   La gran parte del legname veniva trasformata in carbone vegetale o ridotta in legna da ardere. Il carbone vegetale era necessario per alimentare il braciere, il quale, in tempi in cui gli impianti di riscaldamento domestico non erano ancora perfezionati e diffusi, e costi molto alti, restava il mezzo alla portata di tutti per i rigidi inverni. Questo benedetto braciere, che spesso era il centro della casa, è stato un conforto contro il freddo, ma è stato anche un problema continuo: bastava mettere mano al carbone che si rischiava un litigio, visto che, nonostante attenzioni ed accorgimenti, questo benedetto combustibile finiva sempre per sporcare qualcuno o qualcosa. Inoltre bisogna tenere presente che il braciere poteva diventare pericoloso se non correttamente preparato per il rischio dell'emissione del monossido di carbonio, il quale più volte si trasformava in un killer silenzioso e implacabile.

   Pertanto, assecondando la necessità del mercato di quei momenti si riducevano gli alberi in travi, traverse, pali e legna da ardere, ma si puntava ad ottenere soprattutto carbone vegetale, per la produzione del quale era necessario un meticoloso e laborioso lavoro: ridurre l'albero abbattuto in pezzi di legno adatti "ari carivunere". "I caribunere" erano fatte da legna appositamente tagliata ed ordinatamente accatastata secondo regole ben collaudate da persone esperte, "i carivunari", i quali, una volta fatto l'accatastamento lo isolavano con terra ed argilla completando così "a carivunera", che si presentava come un cono rozzo con un'apertura al vertice, dalla quale procedevano all'accensione ed alla cura del fuoco per la cottura.

   La cottura si protraeva per qualche settimana ed era questo un periodo molto delicato, durante il quale, fra l'altro, era necessaria una presenza costante per impedire delle anomalie, come l'apertura di una crepa sulla crosta cretacea, Questa andava subito tamponata, in quanto la cottura doveva avvenire in isolamento, evitando contatti con l'esterno, eccetto la già citata apertura al vertice, da cui usciva del fumo.

   "I carivuneri" accese interessavano tantissimo noi bambini che ci recavamo nel bosco per curiosare. "I carivunari" erano molti gentili con noi: davano tutte le risposte e le spiegazioni, ma pretendevano che stessimo a debita distanza dalla "carivunera" accesa alzando la voce ad ogni disubbidienza e minacciando di diventare cattivi.

   A conclusione della fase di cottura seguiva il raffreddamento e lo spacchettamento della "carivunera", con la conseguente raccolta del carbone in appositi sacchi e l'eliminazione di qualche tizzone mal cotto. Con la raccolta del carbone "i carivunari", sebbene persone esperte ed attente, diventavano completamente dipinti di nero tanto da giustificare quei detti come «si statu cchi i carivunari» oppure «mi pari proprio nu caribunaru».

   L'arrivo di muli, asini, trattori per il trasporto di travi, traverse, legna da ardere e sacchi di carbone vegetale verso i luoghi di vendita segnava la fine del taglio del bosco. L'ultima operazione era lo smantellamento "du pagliaru" e la partenza "di carivunari", dopo aver salutato tutte le persone con le quali avevano convissuto durante la permanenza lavorativa.


Milano, 23 marzo 2026

Vincenzo Serra


Vincenzo Serra è nato a San Marco Argentano, dove ha studiato presso il locale Istituto per Ragionieri. I suoi racconti sono puntuali relazioni sulla vita negli anni Cinquanta nelle borgate rurali, frutto di conoscenze dirette e di memorie tramandate da persone più anziane, utili a chi vuole conoscere aspetti culturali e socioeconomici a volte sconosciuti.

Gli altri racconti di Vincenzo Serra:
I Sanpaulari ...   -   U furisu   -   U stagliu   -   Querce monumento  -   Il pesce d'aprile  -   Il carnevale campagnolo  -   U trisoru

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