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ANTISTORIA


BRANCA BRANCA BRANCA.

Brancaleone alle Crociate

"Leon Leon Leon!"

"Il 7 aprile 1966 sulle note della leggendaria fanfara col fischio composta da Carlo Rustichelli, l'Armata Brancaleone marcia sulla penisola e si prepara a conquistare il mondo del cinema e a segnare una nuova era nella comicità e nell'immaginario medievale."

Per introdurre l'argomento di oggi ho tratto l'immagine del film di Mario Monicelli e l'incipit di un articolo scritto da Aldo Casali per il Festival del Medioevo dal sito di quest'ultimo (https://www.festivaldelmedioevo.it).
Mi ha colpito una strana coincidenza: tra la data di uscita del film e la data del primo documento sull'abbazia della Matina intercorrevano esattamente novecento anni!
Colui che compilò il falso documento gli mise la data del 1066, un errore fatale per l'attendibilità dell'atto, prontamente rilevato dagli storici e in primo luogo da Alessandro Pratesi.[1]
Va detto che non fu l'unico errore commesso dal falsario, visto che il documento fu scritto su un tipo di pergamena e con uno stile che, all'epoca del Guiscardo, non erano usati.
Una bolla del papa Alessandro II che afferma diritti e privilegi dell'abbazia, datata 1067, è risultata anch'essa una falsificazione. [2]
Qualcuno potrebbe obbiettare che è il contenuto ciò che conta, dato che nella sostanza i territori indicati facevano realmente parte dell'abbazia della Matina. Di conseguenza, falsi o non falsi, qualunque fosse l'epoca in cui furono scritti, proprietà e privilegi del monastero sono reali. Verissimo, fino a prova contraria.
Il problema che sto avanzando non riguarda i possedimenti dell'abbazia, ma se i monaci fossero benedettini o basiliani.[3]
Ha importanza?
Certo, almeno per me, al fine di capire se Roberto il Guiscardo fosse talmente sprovveduto da mettere in piedi un'abbazia benedettina nel momento meno propizio e in un territorio di consolidata cultura greca.
Ad iniziare dal 1065 e fino al 1067 Roberto dovette fronteggiare la rivolta dei suoi baroni, stanchi dello strapotere esercitato nei loro confronti. Nel 1065, inoltre, fu impegnato per alcuni mesi nell'assedio di Aiello Calabro.[4]
È impensabile che in tali frangenti il duca normanno potesse aver deciso di fondare un'abbazia, fra l'altro senza l'appoggio di un abile maestro benedettino, come Roberto di Grantmesnil, curatore e direttore del piano architettonico di tutte le abbazie calabresi.
Che cosa cambierebbe se l'abbazia della Matina non fosse stata fondata nel 1065 da Roberto e dalla moglie Sichelgaita?
Tutto. Esistendo l'abbazia, come attestato da documenti inoppugnabili a datare dal 1092, vi è un'unica possibilità, cioè che ci fosse già un'abbazia di monaci greci, i quali continuarono a viverci e amministrarne i beni anche dopo l'arrivo del Guiscardo. Dal 1092, in forma non esplicita ma intuibile, abbiamo notizia della presenza benedettina, quando il papa Urbano II fece visita all'abbazia e dove ricevette dei monaci francesi per una controversia tra loro[5].
In parole povere nel 1065 non ci fu una fondazione normanna destinata ai benedettini, ma era e rimase un'abbazia basiliana.
Oltre all'assoluto silenzio dei cronisti normanni sulla sua esistenza, due documenti sosterrebbero quanto sto affermando. Uno risalente al 1088, redatto in greco, e un altro del 1226, alcuni anni dopo l'ingresso nell'abbazia dei cistercensi[6],[7].
Un'altra prova inconfutabile della presenza greca nell'abbazia e nei territori ad essa legati è data dalle "Carte Greche" dell'Archivio Aldobrandini, l'equivalente di quelle latine pubblicate dal Pratesi. In esse studiosi di indubbia fama, come André Guillou e Vera von Falkenhausen (il primo già membro del Comitato scientifico del Centro studi Normanno-svevi di San Marco Argentano), hanno evidenziato come la presenza di un clero e di una popolazione di lingua greca fosse maggioritaria rispetto a quella latina. La situazione esposta dai due illustri studiosi evidenzia l'impossibilità che i normanni avessero potuto mettere in piedi una propria amministrazione burocratica, in sostituzione di quella bizantina, per le difficoltà che ne sarebbero seguite sia sotto l'aspetto civile che religioso.
C'è, infine, una testimonianza di Guglielmo di Puglia nel "Gesta Roberti Wiscardi" riguardante la permanenza del clero greco in un luogo conquistato da Roberto, con l'espediente del finto funerale. Indipendentemente dalla individuazione del castrum, Guglielmo, che lo definisce il primo presidio del condottiero normanno, afferma che ai monaci basiliani non fu torto un capello e che essi continuarono a rimanere nel loro convento.
A questo punto, non essendoci documentazioni e testimonianze di scontri e combattimenti di alcun genere, ma solo episodi classificati come estorsioni, astuzie e azioni intimidatorie, è legittimo concludere che il Guiscardo si seppe inserire nel variegato panorama antropico della Val di Crati, sfruttando a proprio vantaggio la lontananza di un governo centrale. In tale contesto, in cui le comunità monastiche basiliane rappresentavano le poche e deboli barriere a difesa dei territori bizantini, dobbiamo necessariamente concludere che il Guiscardo seppe sfruttare la loro presenza per esercitare efficacemente il proprio potere sulle popolazioni locali.[8]
Fu davvero questa la strategia adottata dal futuro duca normanno o, successivamente, dovette affrontare duri scontri per la conquista della Calabria? E ciò che mi propongo di esaminare in una prossima puntata.


San Marco Argentano, 28 giugno 2026

Paolo Chiaselotti


NOTE
Sullo stesso argomento vedi pagina precedente Ci [ri]metto la faccia

1Alessandro Pratesi, "Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall'Archivio Aldobrandini", Roma, 1958, Biblioteca Apostolica Vaticana, collana Studi e Testi.
2Alessandro Pratesi, Op. cit. Appare addirittura risibile una precisazione contenuta nella bolla pontificia riguardante la "potestà al Guiscardo e ad altri bravi normanni di erigere 'monasteria de gente Latinorum' in Calabria, Puglia e Sicilia" Il falsificatore si permise di inserire nell'atto una giustificazione dell'emanazione del privilegio pontificio, non tenendo conto che esistevano già le abbazie benedettine di Sant'Eufemia e Mileto, fondate dal Guiscardo e affidate all'abate Roberto di Grantmesnil, che ne fu anche ideatore e costruttore.
3Ci [ri]metto la faccia ...
4Goffredo Malaterra, "De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius ", Libro II, cap. XXXVII (da https://www.thelatinlibrary.com/malaterra2.html)
5Don Pino Esposito, "Regesto storico della diocesi di San Marco Argentano e Scalea, Santa Maria della Matina", cit. doc. 522,523 del Regesto (https://www.donpinoesposito.it/mc/491/regesto-storico-della-diocesi-di-san-marco-argentano-e-scalea#_ftn275)
6P.Francesco Russo M.S.C., I"I Santi Martiri Argentanesi Senatore, Viatore, Cassiodoro e Dominata (Storia e Critica)", Scuola Tipografica Italo-Orientale "S. Nilo" Grottaferrata, 1952, ("Per mano di Nicola prete di Cassano e Tabulario di S.Marco" pag.71)
7Un antico e interessante documento del XIII secolo riguardante la Matina. Dal documento risulta che il monastero del Patirion di Rossano continuava ad avere una notevole influenza sulla Matina e sul suo territorio. I monaci della Matina, cistercensi, che accusavano il Patirion di calunnia persero la causa. Giudice fu il vescovo normanno Andrea.
8Il signore di Bisignano, un krité bizantino
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