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MATINA, MA DI QUALI BENEDETTINI STIAMO PARLANDO ....

Chiesa del Patire a Rossano

La chiesa bizantina del Patìre a Rossano
Una prima volta "mettendoci la faccia", una seconda con "Branca, Branca, Branca", e una terza con una "faccia di bronzo", ho sollevato una questione rilevante sulla nascita e sull'appartenenza monastica dell'abbazia della Matina.
La mia indagine sulla fondazione del cenobio - tradizionalemnte attribuita al volere di Roberto il Guiscardo e al presunto affidamento ai monaci benedettini - aggiunge una nuova pagina alla già ricca storiografia di questo importante monumento sammarchese. Il quadro nebuloso antecedente all'arrivo dei cistercensi verrebbe così sostituito da una presenza bizantina, durata ben oltre i termini che la storiografia ufficiale le attribuisce unanimemente.
Perché questa ipotesi? Se una fondazione interamente normanna, legata a da due figure prestigiose come Roberto d'Altavilla e Sichelgaita di Salerno, escluderebbe qualsiasi fase storica precedente, la tesi che ho proposto - per quanto 'antistorica' all'apparenza, arricchisce l'abbazia di un passato nobile e glorioso: l'abbazia era e rimase in mano ai monaci basiliani.
Ho affermato, infatti, che la struttura nacque come cenobio bizantino e continuò ad esserlo almeno fino alla morte del Guiscardo. Di conseguenza, la presenza dei benedettini diventa un mistero da svelare e su cui indagare, non escludendo l'ipotesi che nel 1222 sia passata direttamente dai monaci greci a quelli cistercensi. Se quanto sostengo fosse vero, la Matina ne guadagnerebbe parecchio in termini di prestigio e notorietà. Inclusa l'azienda che ne perpetua memoria e produzione.

Il titolo "Di quali benedettini stiamo parlando" va preso alla lettera. Al di là del fatto che nelle Carte Latine prima del 1222 non si trova alcun riferimento ai benedettini, bisogna ricordare che all'epoca l'ordine di San Benedetto era suddiviso in tre diverse congregazioni: cassinese, franco-normanna e cluniacense.
A ciò si aggiunge il fatto che nessuna cronaca del tempo menziona l'abbazia della Matina. Inspiegabilmente, non la citano Malaterra, Amato di Montecassino, Orderico Vitale, (tutti storici benedettini), e nemmeno Guglielmo Apulo, Leone Ostiense, Lupo Protospatario.
Puòò sembrare strano, se non impossibile, che la Matina abbia trovato uno storico dedicato solo nel XVII secolo: si trattava di Gregorio de Lauro, nato a Castrovillari nel 1614, a cui va il merito di aver scoperto e salvato i documenti archivistici di alcune abbazie. De Lauro non si limitò citare la Matina, ma ne ricopiò i vecchi diplomi normanni e svevi, i privilegi e le antiche pergamene.

Ritornando alla provocatoria domanda iniziale, credo non sia un caso che nel documento falsificato manchi qualsiasi riferimento ai monaci effettivamente presenti, a eccezione del nome dell'abate: un fantomatico Adelardo che rimanda a un'origine franco-normanna.
Ritengo che i falsificatori (forse i cistercensi?) abbiano volutamente evitato dettagli specifici, per lasciare aperte varie interpretazioni sulla congregazione antecedente, 'sbarrando' però, attraverso il nome dell'abate, la strada che poteva condurre a un cenobio greco-bizantino.
L'esclusione di quest'ultimo, a mio giudizio, nasce proprio dalla falsa attribuzione nel 1065 al Guiscardo e alla moglie Sichelgaita.
Perché inserire in una falsificazione anche Sichelgaita, quando sarebbe bastata l'autorità del duca? Il nome della principessa salernitana serviva, in realtà, ad accreditare un legame con l'abbazia di Montecassino, a cui lei era strettamente legata.
Sarebbe apparso inverosimile - come di fatto appare - che nell'atto fondativo non vi fosse alcun accenno a Roberto di Grantmesnil, il grande costruttore delle abbazie franco normanne, di cui Sant'Eufemia rappresentava il prototipo. Che il Guiscardo la ignorasse o non volesse attribuirle importanza a vantaggio di una "propria" abbazia è smentito dal fatto che realizzò a Sant'Eufemia, in quell'abbazia, e non alla Matina. un mausoleo della famiglia, facendovi seppellire la madre Fredesenda e altri congiunti.
La presenza di Sichelgaita giustificava in tal modo la dipendenza spirituale dell'abbazia della Matina al mondo cassinese, sia verso la casa madre sia a quello presente a Venosa (legame condiviso dallo stesso Guiscardo).
Allo stesso tempo, si evitavano interpretazioni su una possibile dipendenza da Cluny, che pure si sareppe potuta ipotizzare vista la vicinanza della potente abbazia della Santissima Trinità di Cava de' Tirreni. Quest'ultima era legata ad Urbano II, di stretta osservanza cluniacense, che vi sostò nelle sue visite ai cenobi meridionali, inclusa la Matina.

L'obiezione più spontanea a questa tesi punta sulla presenza benedettina come un dato scontato, considerati i rapporti storici di Normanni e Longobardi con quest'ordine. Tale obiezione, tuttavia, non può ignorare che ci troviamo di fronte a un atto falsificato in epoca posteriore e, soprattutto, deve fare i conti con il silenzio assordante di tutti gli storici coevi.
D'altronde, la stessa falsificazione contiene una palese contraddizione. Tra le terre donate all'abbazia compare, infatti, anche quella di San Nicola di Digna con il suo porto, che però apparteneva già all'abbazia di Montecassino.
Viceversa, se, come affermo, non ci fu alcun affidamento ai benedettini, ma la gestione fu data a un abate di fiducia, la presenza di un clero di rito greco prolungatasi sotto il dominio normanno non contrasterebbe affatto con la politica del Guiscardo, né con la realtà dei fatti. Il duca normanno di Calabria aveva la necessità che le popolazionilocali, fino ad allora soggette a Bisanzio, accogliessero i normanni come nuovi "protettori". I monaci di rito greco, alla Matina come altrove, non erano un problema, ma un punto di forza e di sostegno strategico, grazie alle loro competenze e alla conoscenza del territoio. Una volta sottratti all'autorità religiosa bizantina (rappresentata dal vescovo di Malvito), i monaci continuarono a gestire la Matina, il vico Prato e tutte le proprietà, sotto la diretta dipendenza del Papa. Una situazione di transizione che potrebbe esser durata fino al netto cambio di rotta imposto, infine, con l'arrivo dei monaci cistercensi.


San Marco Argentano, 16 luglio 2026

Paolo Chiaselotti

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